(14 apr) Se e quanto Massimo D’Alema sia in conflitto d’interesse quando vende duemila bottiglie del suo vino a una grande impresa cooperativa è questione che appassiona i giornali. In Italia d’altra parte c’è una lunga tradizione in tema di conflitti d’interesse e commistioni tra politica e affari.
Per vent’ anni c’è stata un’impresa televisiva, di proprietà di un presidente del Consiglio, che ha potuto godere di un surplus pubblicitario di alcuni miliardi di euro, assolutamente sproporzionato rispetto a ciò che le sarebbe spettato se – come succede nel resto del mondo – la pubblicità avesse rispecchiato le quote degli ascolti. C’è un interessante studio dell’Università di Stanford (“Influence for Sale: Evidence from the Italian Advertising Market”, 2013) che dimostra come gli inserzionisti pubblicitari abbiano sistematicamente comprato più spazi sui canali Mediaset che sui canali concorrenti quando Berlusconi era premier rispetto a quando era all’opposizione. Lo spostamento negli acquisti è stato significativamente più ampio per le imprese di dimensioni maggiori e per quelle attive nei settori più regolamentati. Regolamentati dal governo, si intende.
Nella tradizione italiana dei conflitti di interesse una citazione meritano anche il caso – molto frequente – dell’avvocato che ha il potere di votare le leggi utili al cliente, o addirittura dell’imputato che usa i propri poteri legislativi o esecutivi per modificare le norme in base alle quali è stato incriminato; o del ministro delle finanze titolare di uno studio di consulenza fiscale, o del ministro dell’Industria che fa l’industriale, o del parlamentare che amministra imprese in rapporti d’affari con le amministrazioni pubbliche, giù giù fino all’assessore al bilancio che fa il commercialista nella stessa città.
In questa foresta di conflitti di interesse che nessuna legge, nonostante le tante promesse, riesce ancora a disboscare, il vino dell’ex presidente del consiglio sembra obiettivamente un peccato veniale, sempre che sia un peccato. E forse l’unica accusa che ha davvero ferito D’Alema è che il suo rosso saprebbe di tappo. (13 apr)
