Chi chiede un intervento armato al largo delle coste e sulle coste libiche, dimentica o ignora che questo intervento c’è già stato quattro anni fa. Dal 28 aprile 2011 l’Italia ha attivamente partecipato al bombardamento della Libia. Giorno e notte, i caccia italiani sono decollati dalla base aerea di Trapani e dalla portaerei Garibaldi. L’esito di quei bombardamenti è stato talmente disastroso, che oggi la Libia – dopo 4 anni di guerra civile – non solo non ha un governo ma non ha più neppure una capitale. Qualche giorno prima dell’intervento, dunque sempre nell’aprile 2011, l’Unione europea aveva pensato di intervenire con la missione Eufor Libia, guidata dal contrammiraglio italiano Claudio Gaudiosi. In prima linea per sbarcare nei porti di Bengasi e Misurata, avrebbero dovuto esserci anche 180 soldati austriaci. Non se ne è più sentito parlare, ma almeno non sono stati fatti danni.
Qualche mese dopo, nell’agosto 2011, la proposta di un blocco navale affidato alla Nato fu avanzata dal ministro dell’Interno Maroni, che ne parlò sia dal Viminale sia sul prato di Pontida.
La Nato rispose subito che il contenimento o respingimento dell’immigrazione illegale non era affar suo. E sottolineò che un blocco o un embargo navale equivaleva a una dichiarazione di guerra. Bisognava sparare ed essere disposti a morire. Maroni non insistette.
Ora l’idea del blocco navale torna ad affacciarsi, ma questo non significa che il promemoria della Nato non sia più attuale. Come ha spiegato Stefano Silvestri, direttore di Affari Internazionali, un rigido blocco aero-navale, non è immaginabile se non accompagnato da incursioni e altre operazioni militari sul territorio libico. Il nome più appropriato per questa ipotesi di soluzione è, di nuovo, guerra. (21 apr)