E’ singolare che da giorni si scriva che Enrico Letta ha fatto un passo indietro perché lascia il Parlamento e si trasferisce a Parigi, dove dirigerà la scuola di affari internazionali a Sciences Po. E’ singolare perché in realtà, letto il libro che ha appena pubblicato, si capisce che di passi Letta ne fa invece più d’uno, ma tutti in avanti, in direzione di un impegno che verosimilmente lo vedrà ancora protagonista del dibattito politico.
Per un anno, Letta ha atteso in silenzio e invano che qualcuno facesse un bilancio obiettivo dei suoi 10 mesi a Palazzo Chigi. Poiché non è accaduto, affida al libro il ricordo delle cose ben fatte: i provvedimenti di politica industriale, la task force anticorruzione, con Roberto Garofoli e Cantone, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, il lavoro di Cottarelli e soprattutto l’operazione Mare Nostrum.
Non è indulgente con se stesso, ammette ritardi e debolezze. Ma osserva anche che i cento giorni con cui il governo Renzi avrebbe dovuto rivoluzionare il Paese sono diventati mille e che la retorica del turbo è stata soppiantata da un più sensato “passo dopo passo”. Riconosce che alcuni risultati arrivano, con i tempi necessari per ogni cambiamento, ma aggiunge che verso altri ci si muove a colpi di forzature, come se fosse più importante fare per dire di aver fatto che fare bene.
Il giudizio sul primo anno dell’era Renzi è impietoso. “In concreto – scrive Letta – l’operazione si è tradotta soprattutto ina una sostituzione di gruppi dirigenti e in un quadro politico prima plurale e oggi dominato da una persona sola. Così, in assenza di una reale alternativa di governo, al Paese non resta che sperare che l’ambizione di questa stessa persona coincida con l’interesse generale. Credo – conclude l’ex presidente del Consiglio – che ciò non sia mai accaduto prima nella storia repubblicana”. (28 apr)