I diritti sociali più degli altri diritti sembrano soffrire la crisi economica. I diversi governi, legittimati dalla condizione di emergenza, hanno adottato provvedimenti che li sacrificano. Il diritto alla previdenza, la tutela della salute e dell’occupazione sono quelli che hanno maggiormente risentito di questa contrazione. Ci sono molti giuristi che imputano alla Consulta di avere spesso avallato queste restrizioni delle tutele. Una per tutti, Ines Ciolli sulla rivista Costituzionalismo.
L’accusa opposta viene rivolta in questi giorni alla corte per la sentenza sulle pensioni. “Forse i giudici che hanno dichiarato incostituzionale la riforma Fornero — per la parte relativa al blocco biennale delle rivalutazioni per le pensioni superiori a tre volte la minima — avrebbero preferito consegnare l’Italia alla Troika”, ha scritto per esempio su l’Inkiesta Riccardo Puglisi, responsabile economico del partito Italia Unica.
La verità è che se in passato nella giurisprudenza della Corte il tema delle compatibilità economiche non era centrale, in questi anni la tendenza si è invertita e la Consulta si è sempre sforzata di trovare un punto di equilibrio tra la tutela dei diritti e i vincoli finanziari. Lo ha fatto ogni volta che si è occupata di previdenza, sistema sanitario, trattamento retributivo dei lavoratori pubblici, istruzione, occupazione, imposte.
Lo ha fatto difendendo i diritti costituzionali ma in molti casi raccomandando che, nella loro applicazione, si rispettassero criteri di ragionevolezza, proporzionalità , gradualità compatibilità.
La Corte si e occupata di previdenza con decine e decine di sentenze. Si deve ad essa l’eliminazione di gravi incongruenze come ad esempio quella secondo cui il versamento di contributi volontari successivo a quelli obbligatori determinava un trattamento pensionistico addirittura inferiore. O la rivalutazione delle rendite collegate ai contributi facoltativi, che erano ferme al 1952.
Certo, spesso i diritti e le sentenze costano. (8 mag)