L’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno in Italia di circa 30 mila decessi solo per il particolato fine (PM 2.5), pari al 7% di tutte le morti (esclusi gli incidenti). In termini di mesi di vita persi, questo significa che l’inquinamento accorcia mediamente la vita di ciascun italiano di 10 mesi; 14 per chi vive al Nord, 6,6 per gli abitanti del Centro e 5,7 al Sud e isole. Guardando al futuro invece, se non vi sarà un drastico cambiamento di strategia e livello di ambizione, l’Italia va verso un netto peggioramento, in concomitanza con la ripresa economica: questo è l’allarme lanciato dal Progetto VIIAS (Valutazione Integrata dell’Impatto su Ambiente e Salute dell’inquinamento atmosferico), finanziato nel quadro delle iniziative del Centro Controllo Malattie (CCM) del ministero della Salute e presentato oggi a Roma. Solo nel 2010 sono ben 21.524 in Italia i decessi stimati essere causati dal particolato atmosferico, 11.993 i decessi collegati al biossido di azoto, 1.858 quelli per patologie respiratorie attribuibili all’esposizione ad ozono (nel periodo caldo). Dati impressionanti, che possono risultare però paradossalmente positivi solo perché connessi alla crisi economica e alla conseguente riduzione delle emissioni inquinanti, che ha permesso di registrare un calo dei decessi. I dati di VIIAS indicano infatti che nel 2020, nonostante i miglioramenti tecnologici e le politiche previste a livello nazionale ed europeo (CLe), lo scenario sarà peggiore di quello attuale: previsti 28.595 decessi legati al PM2.5 e 10.117 per NO2, a causa soprattutto delle emissioni dovute al traffico veicolare e alla combustione delle biomasse nel riscaldamento domestico. Basti pensare che nel 2020, il 21,5% degli italiani sarà esposto a concentrazioni di particolato fine superiori alla soglia di legge (che stabilisce una media annua di 25 µg/m3), e decisamente oltre il limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (10 µg/m3). Questa percentuale salirà fino 34% al Nord Italia e raggiungerà il 42.3% tra i residenti nei centri urbani.
Per quanto riguarda invece la situazione di ormai dieci anni fa, nel 2005 sono stati stimati 34.552 decessi attribuibili all’esposizione nel lungo periodo a particolato atmosferico (PM2.5), oltre a 23.387 decessi per esposizione a biossido d’azoto (NO2) e 1.707 decessi per patologie dovute all’esposizione ad ozono (O3). Emergono inoltre considerevoli disuguaglianze degli effetti sanitari sul territorio italiano: l’inquinamento e i suoi danni interessano maggiormente il Nord e in particolare le aree urbane congestionate dal traffico e le aree industriali. La concentrazione di Pm 2,5 risulta sempre superiore al Nord, con la Pianura Padana a detenere il record negativo. Quasi ovunque le concentrazioni medie annue, al baseline, si sono attestate tra i 20 e i 23 µg/m3, con il picco raggiunto nella zona di Milano e della Brianza, dove la media ha superato i 38 µg/m3. Si tratta di un tema sul quale la comunità internazionale sta maturando una crescente consapevolezza: solo pochi giorni fa – il 26 maggio 2015 – l’Assemblea Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato la sua prima risoluzione sull’inquinamento atmosferico, il cui primo punto richiama gli Stati alla necessità di raddoppiare gli sforzi affinché si riduca il danno sanitario da esso derivante. La onlus Cittadini per l’Aria manifesta la sua preoccupazione per l’imminente scadenza che vedrà il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti riunirsi nel Consiglio dei Ministri dell’Ambiente UE il prossimo 15 giugno per discutere della proposta della Direttiva sui limiti alle Emissioni Nazionali (NEC) che è in discussione. “L’aria pulita è un diritto fondamentale per la vita della persone e nel mondo” spiega Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. (red – 4 giu)