(25 giugno 2015) Ci sono date importanti nella storia delle nazioni, anche se non sono registrate dalla toponomastica e il grande pubblico ne ignora persino l’esistenza. Per l’Europa, il 22 gennaio 2015 è una di queste. Quel giorno a Francoforte il presidente della Bce Mario Draghi sollevò il velo sull’impegnativo programma chiamato quantitative easing con cui fu avviata una svolta radicale nella politica monetaria della banca centrale. Per la prima volta la Bce si impegnò ad acquistare massicce quantità di titoli governativi, superando le resistenze della Germania a contaminare il bilancio della Bce con i debiti pubblici degli Stati nazionali.
Con l’arrivo di un compratore di ultima istanza in grado di rilevare i bond che il mercato ha difficoltà ad assorbire, nei prossimi cinque anni – a meno di un clamoroso naufragio dell’euro – difficilmente i buoni del tesoro decennali renderanno più del 2 per cento. E’ un cambio di scenario destinato ad avere un impatto dirompente per l’economia, la finanza pubblica e le politiche di investimento.
“La fine del Btp è la rinascita dell’Italia” promette la copertina di un saggio scritto per Guerini Next da Massimo Figna, Riccardo Sabbatini e Alberto Cordara, La tesi è che con il declino dei buoni del tesoro – frutto anche dell’avvio dell’unione bancaria – si stanno liberando risorse da indirizzare verso altre destinazioni, come azioni, obbligazioni, fondi di investimento. Le imprese che si vedono rifiutato un finanziamento bancario incontreranno sempre più spesso sulla propria strada i capitali offerti da quanti, abbandonato il bene rifugio dei titoli di stato, sono alla ricerca di altre opportunità. Nel contempo, riducendosi il costo del debito pubblico, ci saranno margini per finanziare gli investimenti e la crescita. E’ la grande occasione che Mario Draghi ha offerto al proprio paese.