(10 luglio 2015) Nel corso della guerra in Bosnia ed Erzegovina, nel 1995, le forze serbo-bosniache attaccarono l’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite e dove migliaia di musulmani bosniaci avevano trovato rifugio. Furono uccisi circa 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani e gettati in fosse comuni. Migliaia di donne – molte soggette a violenza sessuale – e bambini furono deportati in altre zone del paese. A vent’anni dal genocidio di Srebrenica è tempo di riflessioni, ricordi, analisi. Prova a farlo anche l’Università di Firenze con un summit internazionale. Agli eventi di Srebrenica – una pagina tragica della storia recente definiti “la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale” – è, infatti, legata anche la figura di Antonio Cassese (ordinario di Diritto internazionale presso l’ateneo di Firenze dal 1975 al 2008), che nel luglio del 1995 era presidente del Tribunale penale internazionale per l’ex-Iugoslavia, all’epoca da poco costituito. “I massacri di Srebrenica colpirono profondamente Cassese, che vide minata la sua convinzione nell’effetto deterrente della giustizia internazionale penale. Un convegno internazionale, organizzato in ricordo di Antonio Cassese nel prossimo novembre – annuncia Luisa Vierucci, docente dell’Università di Firenze -, si propone di esaminare la risposta giudiziale che è stata data agli eventi di Srebrenica, con lo scopo di individuarne luci e ombre”. Numerosi tribunali interni e internazionali si sono pronunciati sui crimini commessi a Srebrenica sia sotto il profilo della responsabilità penale che civile, ma le madri di Srebrenica continuano a reclamare giustizia. (red)