PAOLO MANCINI SPIEGA IL “POST PARTITO”
Prima domanda: i tradizionali partiti politici, come li abbiamo conosciuti nel corso del Novecento e in questi ultimi decenni, sono ancora possibili? E, seconda domanda, sono ancora necessari? Prima la televisione, poi le nuove tecnologie digitali e quindi i social network hanno sbaragliato le forme tradizionali della rappresentanza e della partecipazione politica, rendendo quasi superfluo il ruolo del partito di massa. Con il loro smartphone i cittadini possono partecipare al dibattito e intervenire sulle scelte senza passare attraverso filtri, meccanismi, momenti istituzionalizzati. Inevitabile per i politici cercare espedienti comunicativi più idonei al rapporto diretto con l’elettore, percorrendo le strade delle passioni per attrarre voti e mantenere vivo l’interesse. La politica si adatta al senso comune e alle atmosfere dominanti. Lo stile populista appare inestricabilmente legato all’appello diretto al cittadino. In quest’ottica i partiti politici sono ancora necessari? A queste domande risponde il saggio di Paolo Mancini “Il post partito. La fine delle grandi narrazioni”, di prossima pubblicazione per casa editrice Il Mulino (pp. 152). Paolo Mancini è professore ordinario di Sociologia della comunicazione nell’Università di Perugia. Ha pubblicato per Laterza “Modelli di giornalismo” (con D. Allin, 2004), “Manuale di comunicazione pubblica” (2006), “Elogio della lottizzazione” (2009).
MARCO ROVELLI RACCONTA I RAGAZZI DELLA RESISTENZA
Dietro la Resistenza ci sono le resistenze. Ogni storia epica e gloriosa ha dietro moti più lievi e impercettibili. Scelte, alle volte istintive alle volte forzate, e il caso. Ci sono gli eventi che ti trascinano. Soprattutto se hai vent’anni. “Eravamo come voi. Storie di ragazzi che scelsero di resistere” di Marco Rovelli (Laterza) racconta storie di ragazzi partigiani, tra i 14 e i 23 anni, i loro incontri, i perché della loro scelta. Spesso, prima che da una solida convinzione ideologica, per giovani normali, cresciuti nell’unico mondo possibile (in quel Truman show che era il fascismo) la decisione di salire in montagna fu guidata dall’istinto, dalla necessità o dal caso. Dopo, quella scelta scavò un abisso: perché quei venti mesi – dall’8 settembre ’43 al 25 aprile ’45 – costituirono una faglia irreversibile, una trasformazione esistenziale radicale. La pialla del tempo ha appiattito la dimensione umana. Di loro abbiamo dimenticato la quotidianità, i sentimenti, l’emotività – e anche gli sbagli, gli inciampi. Sarà come incontrare i miei allievi della scuola, e chiedere loro: “Perché stai scegliendo questa strada?”.
“I RENI DI MICK JAGGER” DI ROCCO FORTUNATO
“A trentatré anni me e Gesucristo ci misero in croce. Lui: resuscita dopo tre giorni. Me: mi tocca di morire. In continuazione”. Così inizia il libro di Rocco Fortunato “I reni di Mick Jagger” (Fazi Editore). Così inizia il racconto della sua lotta per rimanere attaccato alla vita con l’unica alleata che può schierarsi con lui: la dialisi. I suoi reni non riescono più a smaltire abbastanza creatinina – sostanza che il fisico deve eliminare per mantenersi in salute – e non sanno più star dietro alla freschezza di un giovane che suona in una banda rock heavy-metal, è innamorato di una brava ragazza, per laurearsi gli manca giusto la tesi e nelle orecchie ha solo i Rolling Stones. I valori delle analisi mediche se ne stanno lì, sempre troppo alti, a ricordare a Rocco con pigra e beffarda crudeltà che il futuro che i giovani tendono a rimandare per non sentirsi adulti prima del tempo è improvvisamente arrivato. “Non mi facevo granché domande sul mio futuro, semplicemente aspettavo: la dialisi, la morte, il dolore, la pensione ma, soprattutto, che bollisse l’acqua”. Intorno a lui il mondo si popola improvvisamente di un’umanità che, messa alle strette, dà il meglio e il peggio di sé. Fra tutti, Michele e Farini, malati come lui. Giovanissimo il primo, innamorato di donne immaginarie, orgoglioso della calibro sette e sessantacinque che tiene gelosamente nascosta in un barattolo di vernice; grassissimo, di una disonestà disarmante, sempre affamato e continuamente coinvolto in giri loschi da genio criminale da bar-sport l’altro. Eppure teneri, indifesi e a volte sorprendentemente saggi. Unica speranza per tutti, il trapianto. Prima e dopo l’operazione, nei corridoi e nelle sale degli ospedali, nel letto di un amore nevrotico e tenero, il protagonista scopre che le cose non migliorano e non peggiorano: semplicemente cambiano. “I reni di Mick Jagger” è la straordinaria storia vera di un ragazzo che ce l’ha fatta, raccontata col ritmo scanzonato e commovente di un rocker alle prese con lo spartito stonato della malattia. Rocco Fortunato, architetto, nella sua vita precedente vestiva i panni del rocker. Poi ha subito un trapianto di reni, di cui “I reni di Mick Jagger” è testimonianza diretta, seppure romanzata.
“STO BENE. È SOLO LA FINE DEL MONDO” DI IGNAZIO TARANTINO
Anni Ottanta, nel sud dell’Italia. La vita di una numerosa, modesta famiglia, dominata da un padre depresso e violento, viene sconvolta dall’ingresso della madre in una setta religiosa, che promette la sopravvivenza a un’imminente fine del mondo. Giuliano Flavio, il più piccolo dei figli, che nutre per la donna, mite e generosa, un amore incondizionato, non può far altro che unirsi agli altri nel percorso che porterà tutti alla vita eterna. Ma quello che da principio è un sogno diventa presto un incubo di obblighi e divieti, di isolamento dalla famiglia allargata, di visioni e terrori apocalittici. Man mano che il mondo della famiglia si sfalda, Giuliano deve lottare duramente per conquistare l’indipendenza, a cominciare dalla possibilità di vivere liberamente un amore che gli è stato vietato, per l’‘incredula’ Sara. Come David Foster Wallace, Ignazio Tarantino in “Sto bene. È solo la fine del mondo” (Bollati Boringhieri, euro 11, pp. 302) riempie il romanzo di personaggi fortemente caratterizzati, dotati di una loro integrità, evitando sempre di prendere le parti dell’uno o dell’altro. L’autore, nato a Monopoli nel 1974, una specializzazione in Storia dell’arte contemporanea, collaborazioni con gallerie d’arte e spazi espositivi, lavora come art advisor. Prima della pubblicazione del suo romanzo d’esordio ha scritto in funzione di performance artistiche a metà tra il reading e il teatro con l’attiva partecipazione del pubblico.
JOSEPH ZODERER E “I COLORI DELLA CRUDELTA’”
Richard ha un solo amore, una sola ossessione: Ursula. Quando lei lo lascia, Richard decide di acquistare una casa in montagna dove ricostruire il legame con la moglie, Selma, che ancora lo ama profondamente, e i loro due figli. Ed ecco che l’uomo si trova a oscillare tra due mondi: da una parte la città, la sua vita frenetica, i ricordi dell’amore perduto; dall’altra la vita in montagna, un idillio che dovrebbe portare pace nel suo animo. Ma all’improvviso succede l’imprevedibile: Richard viene inviato a Berlino dal giornale per cui lavora. È il 1989, il muro sta per crollare, e con esso il mondo così come era stato concepito fino a quel momento. Nel mezzo di questi sconvolgimenti, riappare Ursula e Richard dovrà decidere una volta per tutte che corso dare alla sua vita. Con la sua prosa intensa e poetica, Joseph Zoderer in “I colori della crudeltà” (Bompiani, euro 18, pp. 272) racconta una storia sulle possibilità dell’amore e le ferite che può procurare, sulla volontà di un uomo di vivere più di una vita senza perdere di vista se stesso. Joseph Zoderer è nato a Merano nel 1935. Ha trascorso la sua infanzia a Graz, come figlio di optanti. Vive e lavora in val Pusteria, provincia di Bolzano. È considerato uno dei maggiori scrittori di lingua tedesca.