“PANE, FILM E FANTASIA” DI LAURA DELLI COLLI
Com’è cambiato il rapporto tra gli italiani e la tavola negli ultimi sessant’anni? Tra film d’autore e commedie popolari, Laura Delli Colli in “Pane, Film e Fantasia. Il gusto del cinema italiano” (Rai Eri – Istituto Luce Cinecittà, pp.230, euro 25) propone un affascinante itinerario del gusto nel backstage delle cucine del cinema. Dalle minestre povere di “Roma città aperta” e “I soliti ignoti” al mitico coniglio “alla ligure” – con le olive taggiasche – raccontato nei dettagli culinari dal cardinale gourmet ne “La grande bellezza” o al piatto preferito del latin lover di Cristina Comencini, un gustoso viaggio nei cento film che dal ’46 ad oggi hanno segnato il nostro immaginario anche nel rapporto con la tavola. Tra aneddoti, piccoli segreti culinari e molte storie di set anche le suggestioni di molti film nei quali cucinare è un intimo atto d’amore. Oltre al racconto dei momenti imperdibili che il cinema a tavola ci ha consegnato per esempio nel Gattopardo con il momento del celebre “pasticcio” inciso a tavola personalmente da Burt Lancaster (lo stesso gesto del Principe di Salina che Tomasi di Lampedusa descrive nel romanzo), un viaggio nella tavola cinematografica con l’attenzione dei registi che più l’hanno raccontata. I più attenti di tutti? Ettore Scola e Pupi Avati, Federico Fellini e Gabriele Salvatores fino a Nanni Moretti con la sua mitica passione per i dolci o Ferzan Ozpetek: nei suoi film un autentico trionfo della cucina come luogo degli affetti e dell’amicizia. Con molte ricette in primo piano: dalle polpette de “Le fate ignoranti” agli arancini di “Saturno contro” senza dimenticare il trionfo di pasticceria de “La finestra di fronte”. Nell’anno in cui il tema di Expo – “nutrire il pianeta”- richiama tutto il mondo sull’importanza del food, anche il cinema italiano fa la sua parte con un percorso di attenzione alla nostra storia attraverso il racconto di oltre mezzo secolo di liaison con il gusto, tra il set e la tavola.
“GLI UOMINI E L’AMORE” DI ANTONELLA BORALEVI
Gli uomini non sono più quelli di una volta. Non hanno più voglia di fare l’amore, per esempio, e si nascondono dietro mille scuse pur di non prendere l’iniziativa, anzi lasciano volentieri che sia la donna a fare il primo passo. Che fine ha fatto il maschio cinico e virile, lo sciupafemmine senza rimpianto, l’“uomo che non deve chiedere mai” nel cui mito siamo vissuti per anni? Semplicemente, come un animale a rischio di estinzione, per sopravvivere si è adattato ai tempi mutati cambiando radicalmente il suo comportamento. Così, davanti a una donna sempre più forte, preferisce la fuga al confronto, e non ha pudore di nascondere la sua insicurezza. Eppure quest’uomo che scappa, perché non vuole “rotture” né responsabilità, guardato da vicino svela una tenerezza sorprendente: ha paura di innamorarsi e soffrire ma non di mostrare le proprie lacrime, insegue le amanti ma sogna il grande amore, soprattutto ha una grande voglia di raccontarlo. In “Gli uomini e l’amore” (Bompiani, pag. 220, euro 17) Antonella Boralevi osserva questi uomini, e le donne di cui non possono fare a meno, con passione e sensibilità di narratrice, e per farlo si rivolge ai personaggi che abitano i romanzi, che si rivelano, come spesso nella vita, una fonte di ispirazione molto affidabile.
“IL CORAGGIO DELLE MADRI” DI MARCO PROIETTI MANCINI
Marco Proietti Mancini continua il racconto della vita di Benedetto ed Elena dopo i romanzi “Da parte di Padre” e “Gli anni belli”. Prosegue la narrazione di una storia d’amore italiana vissuta durante la seconda guerra mondiale: uno scenario che cambia le prospettive, i sogni, le speranze. Benedetto parte per andare a combattere in Africa, lascia una figlia che non ha fatto in tempo a conoscere mentre Elena deve trovare in sé il coraggio per sopravvivere, fino alla fuga, necessaria per salvare se stessa e la piccola Annamaria. Le vere protagoniste di “Il coraggio delle madri” (Edizioni della Sera) sono le donne, che devono combattere anche loro una guerra, fatta di fame, paura e bombardamenti, un conflitto quotidiano non meno violento di quello che i loro uomini combattono lontano da casa, sui campi di battaglia. Fino al ritorno di Benedetto, per scoprire che anche la guerra più feroce non può sconfiggere i sentimenti veri, quelli che permettono di ricostruire la vita, ricominciando insieme a vivere, a sognare, a sperare.
IL “GALILEO GALILEI” DI DON FRANCESCO CRISTOFARO
Roma, 11 set – “Oggi mi ritrovo qui, su questo letto di ferro battuto, circondato da voi, miei adorati figli”. E’ il gennaio del 1642 e Galileo Galilei, poco prima di morire all’età di 78 anni, racconta ai suoi cari le peripezie della sua vita da scienziato e soprattutto la dolorosa vicenda che lo vide dapprima accusato di eresia, poi processato e infine costretto all’abiura. Un racconto avventuroso che si trasforma in una sorta di diario autobiografico grazie a don Francesco Cristofaro, sacerdote calabrese e parroco a Catanzaro, che ha appena dato alle stampe il saggio “Galileo Galilei. Assolto in Cassazione”, pubblicato dalla casa editrice Herkules Books per la collana Bianco H. L’agile volume (pp. 148, euro 10) ripercorre la biografia del grande scienziato pisano con un racconto in prima persona, utilizzando un linguaggio semplice e diretto, ma basato su una rigorosa ricerca storica nei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano. La parte centrale dell’opera è dedicata al processo di Galileo Galilei davanti all’Inquisizione e alla successiva condanna del 1633 per le sue affermazioni sulla cosmologia eliocentrica. “Mi costrinsero ad abiurare. Lo feci pensando ai miei figli, senza di me non ce l’avrebbero fatta: meglio un padre presente che un eroe bruciato”, scrive nel saggio don Cristofaro, interpretando i pensieri di Galileo. Sul letto di morte, il grande astronomo pisano confermerà comunque il suo pensiero scientifico e anche la sua Fede ferma: “Da cattolico pensante, mi accingo a respirare per l’ultima volta quest’aria terrena. Concedetemi la facoltà di urlarlo al mondo: il Sole non si muove, è la Terra che gli gira intorno. Siate felici perché le mie idee resteranno vive, scolpite nei secoli sulla pietra della Verità, e daranno il via a scoperte che rivoluzioneranno il mondo finora conosciuto”.
“GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA” DI ELIZABETH JANE HOWARD
Dopo la fortunata pubblicazione de “Il lungo sguardo”, Fazi Editore prosegue con l’opera di Elizabeth Jane Howard proponendo il suo maggior successo, “Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet” (traduzione di Manuela Francescon; pp. 606 euro 18,50): un romanzo raffinato ed emozionante che racconta le vicende della famiglia Cazalet alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale; una saga appassionante in cui le vite private dei protagonisti s’intrecciano con il destino di un paese sull’orlo di una crisi epocale. L’opera in Inghilterra ha venduto oltre un milione di copie, mentre la BBC ne ha tratto un’apprezzata serie televisiva. Elizabeth Jane Howard (1923-2014), figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite dal padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo, con un milione di copie vendute.