Intervistato da Wired in occasione del festival della Comunicazione, che si svolge in questi giorni a Camogli, Tullio De Mauro dice che la lingua italiana tutto sommato sta bene, e starebbe ancora meglio se non ci fosse un vuoto fatto da parole che non si capiscono e che pure vengono molto usate. Tra le parole che vanno per la maggiore ma che a ben guardare significano poco o nulla ce n’è una – “cambiamento” – che per questa sua natura ambigua e inafferrabile si è guadagnata un posto sulla prima pagina della Treccani.it.
Cambiamento – osserva Dino Amenduni – è una delle parole più utilizzate durante le campagne elettorali. È il punto di partenza di chi è all’opposizione e in alcuni casi il punto di arrivo di chi governa. È l’ambizione annunciata di tutti i politici e il desiderio spesso insoddisfatto di quasi tutti gli elettori. Scalda i cuori, e in alcuni casi li terrorizza. Facile da capire – almeno all’apparenza – per i cittadini, e dunque facilissima da usare per i politici, è assai sensibile alla regola della domanda e dell’offerta: più la si sente in giro, meno diventa credibile.
È un’arma quasi sempre vincente sotto elezioni ma più la si usa prima del voto, più ti restituisce il conto dopo e con gli interessi. Perché il cambiamento in realtà è un concetto complesso, che quasi mai dipende dalla volontà o dalla forza di un singolo. Il cambiamento è un processo, non un prodotto.
Volendo davvero cambiare, la prima cosa da fare – suggerisce il commentatore della Treccani – sarebbe cambiare la parola cambiamento, tonando magari a care vecchie abitudini come la parola progresso.
La Treccani non lo dice, ma – dopo gli opportuni aggiornamenti – anche “destra” e “sinistra” forse potrebbero rendere meglio l’idea della strada che uno vuole imboccare.
(11 settembre 2015)