Non succede solo nel calcio, dove il vecchio contropiede adesso si chiama – chissà perché – ripartenza. Anche in politica si dicono cose vecchie con parole nuove. Come ha notato l’accademico della Crusca Vittorio Coletti, si è passati da una lingua colta, forte ed esclusiva, a una lingua popolaresca, debole ed inclusiva. Indizio vistoso di queste novità la consuetudine di nominare i leader col nome proprio – Beppe, Matteo, Silvio – segno equivoco di familiarità e devozione, di vicinanza e sudditanza. Sono cambiati anche i formati comunicativi e dalla lunga orazione solista dei comizi si è passati al dibattito a più voci, spesso concitate, dei talk show.
Ma se il livello linguistico si è abbassato, e quello dei contenuti anche, la responsabilità è più della politica che dell’informazione. Gli avversari da asfaltare, quelli da rottamare, quelli al game over e quelli da liquidare con un vaffa, non sono sintesi giornalistiche ma innovazioni lessicali introdotte da illustri politici.
La nuova sintassi della politica– citiamo ancora l’insigne linguista – “vede prevalere costrutti semplificati, frasi nucleari, periodare ipertrofico, inconcluso, spesso disordinato”.
La schiettezza viene confusa con la volgarità. E poiché non c’è niente che possa essere detto meglio del falso, è considerato normale negare l’evidenza o improvvisare risposte che nell’immediatezza di una diretta televisiva non sono verificabili.
Se poi qualche spettatore si stufa, e al politico preferisce Rambo o Casamonica, cioè preferisce l’originale alla copia, non è il caso di prendersela col conduttore.