L’abolizione o la riduzione delle tasse sulla casa è una misura molto popolare in un Paese come l’Italia, dove 7 famiglie su 10 sono proprietarie dell’abitazione in cui vivono. Anche per questa ragione – per vincere le elezioni o crescere nei sondaggi – fra la primavera del 2011 e quella del 2014 ci sono state ben nove leggi che hanno modificato l’assetto delle imposte locali sulla casa, producendo una lunga sequenza di acronimi: Ici, Imu, Tasi, Tarsu, Tia, Tares, Tari. Una proliferazione grottesca di sigle che – come nota la Banca d’Italia – certo non ha facilitato la comunicazione dei cambiamenti all’opinione pubblica.
Ora che un nuovo intervento è in arrivo, con l’abolizione della Tasi e dell’Imu sulla prima casa, la commissione europea ci fa sapere che non è questo il modo per aiutare la crescita dell’economia.
In un rapporto redatto dalle direzioni generali Affari economici e Fiscalità, si sostiene che l’Italia dovrebbe ridurre invece la pressione fiscale sul lavoro e spostare il carico sui consumi, sugli immobili e sulle donazioni.
Lo studio ricorda che l’aliquota fiscale sul lavoro in Italia è la più alta d’Europa, con effetti rilevanti sull’andamento dell’occupazione. Per Bruxelles, il legislatore italiano dovrebbe tagliare qui piuttosto che sulla casa, che tra l’altro si avvale di un generoso sistema di alleggerimento fiscale e di esenzioni.
Renzi ovviamente non l’ha presa bene e ha replicato che compito dell’Unione Europea non è mettere bocca sulle scelte fiscali dei singoli Stati. Ma in questo caso gli euroburocrati spiegando che è meglio detassare il lavoro che la casa, dicono ciò che anche in Italia molti pensano, soprattutto tra quelli che non hanno il problema del consenso elettorale. (29 settembre 2015)