Chi pensava che lo storico accordo con l’Iran sul nucleare fosse un problema soprattutto per Israele e per i repubblicani di Washington, non aveva fatto i conti con l’asprezza del confronto politico che sulla questione ha diviso l’establishment di Teheran. Le voci contrarie all’accordo del 14 luglio – da molti giudicato un resa – hanno rischiato più volte di farlo naufragare. E’ stato dunque molto sofferto il si con cui ieri il Parlamento iraniano ha dato il via libera all’intesa che prevede la revoca delle sanzioni in cambio dello stop al programma nucleare e a un regime di ispezioni Onu particolarmente intrusivo. Il ministro degli Esteri, Mohammad Zarif – individuato dai conservatori ostili all’accordo come il responsabile dell’intesa – è stato costretto a lasciare l’aula dopo che erano scoppiati tafferugli tra deputati. “Ti impiccheremo e ti seppelliremo nel reattore di Arak, coperto di cemento”, gli aveva urlato un oppositore. Dopo la votazione, alcuni deputati contrari si sono messi a piangere e a inveire chiedendo l’intervento della Guida suprema, Ali Khamenei, per bloccare l’intesa voluta dal presidente moderato Hassan Rohani (nella foto). Ma ormai il dado è tratto e da oggi in poi se ne vedranno i frutti anche e soprattutto sul fronte degli affari. I vertici di Total e di Shell ma anche l’amministratore delegato di Eni, Claudio De Scalzi, hanno già avuto importanti colloqui con il governo di Teheran, provocando una stizzita reazione degli Stati Uniti. Tanto che da Washington – secondo la Reuters – è partito un dispaccio i cui i governi europei e le loro multinazionali vengono messi in guardia contro un riavvicinamento troppo precoce a Teheran, perché le sanzioni saranno attive fino all’anno prossimo. (14 ott 2015)