PALERMO, NELLE STANZE D’ARAGONA
Fino al 14 novembre, il Villino Favaloro di Palermo – gioiello del Liberty aperto per la prima volta al pubblico dopo 13 anni di chiusura – ospita il terzo e ultimo capitolo della trilogia espositiva “Le stanze d’Aragona” con le opere di 36 artisti italiani di diverse generazioni, fra maestri di livello internazionale e artisti emergenti, dal 2001 al 2015. Si passa da un’opera di Pietro Roccasalva del 2001, che apre simbolicamente questo quindicennio, ai lavori creati appositamente per l’esposizione: alcuni di artisti affermati, quali Nunzio e Domenico Bianchi, altri di figure emergenti, tra cui Giuseppe Adamo, Stefano Cumia, Anna Gramaccia, Andrea Grotto. “Scegliere Palermo e scegliere un titolo dal sapore quattrocentesco, che riporti alla celebre stagione internazionale della cultura siciliana, culminata nei regni di Ferdinando I e Alfonso V d’Aragona, non è un caso. E probabilmente è anche una provocazione. Le stanze d’Aragona si svolge in una città oggi considerata marginale, che un tempo fu fucina di avanguardie e talenti straordinari, per ribadire che il cuore delle cose, la sostanza, lo sguardo differente, appartengono non alle forme e agli equilibri provvisori, non alle gerarchie e alle tendenze accreditate. Anzi” afferma la curatrice Helga Marsala.
ZAGABRIA: I CAPOLAVORI DELLA FARNESINA
Fino al 13 novembre Il Museo d’Arte contemporanea di Zagabria ospita la mostra “Capolavori dalla Collezione Farnesina. Uno sguardo sull’arte italiana dagli anni Cinquanta ai giorni nostri”, a cura di Martina Corgnati e Giovanni Iovane. La mostra è organizzata col supporto del ministero degli Affari Esteri, l’ambasciata d’Italia in Croazia e l’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria. Nata nel 2000 come un work in progress, vera e propria struttura aperta che vive delle relazioni con gli artisti e le numerose istituzioni preposte al lavoro sull’arte contemporanea attive in Italia, la Collezione della Farnesina costituisce un’importante vetrina della cultura artistica italiana concepita fondamentalmente per essere presentata, tutta o in parte, all’estero, grazie alla collaborazione delle Rappresentanze italiane all’estero. Un primo ciclo di esposizioni internazionali aveva, infatti, interessato la collezione negli anni 2005-2010. Ora, al nucleo storico della collezione con opere di artisti quali Mimmo Rotella, Piero Dorazio, Luigi Ontani, Nunzio, Vettor Pisani, Carla Accardi, Mario Cresci, Eliseo Mattiacci e Michelangelo Pistoletto e tra i giovani Elena Bellantoni, sono affiancate opere del Museo di Arte Contemporanea di Zagabria, il cui patrimonio di arte italiana è abbastanza consistente e di grande significato, i cui artisti sono parte della Collezione Farnesina. Centro tematico della mostra sarà individuato proprio a partire da un’idea di “collezione” quale raccolta pubblica e legata a un particolare luogo quale la Farnesina, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Una collezione ancora in fieri e che non presenta la completezza cronologica e storica di una tipica raccolta museale; gli artisti presenti, infatti, coprono, senza ambizioni di esaustività ed organicità rispetto ai passaggi complessi e ricchi dell’arte italiana, un arco di tempo che va dagli anni Cinquanta sino alla contemporaneità.
OSTIA ANTICA: LE DONNE DI MANZU’
Fino al 6 novembre la mostra “Manzù. Le donne e il fascino della figura” porta ad Ostia Antica un profondo dialogo tra storia antica e bellezza. Un fil-rouge si snoda tra le statue di divinità esposte nel museo dell’area archeologica e il fascino di trenta opere del maestro bergamasco che celebrano la donna. L’evento è promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, in collaborazione con Il Cigno GG Edizioni. Il percorso espositivo si conclude nell’ultima sala del Museo, con la grande tela intitolata Pittore e modella, del 1958, e si snoda attraverso una serie di sculture e disegni in cui la figura, prevalentemente femminile, viene investigata con passione meticolosa, attraverso le tecniche espressive che furono tre le preferite del maestro bergamasco: carboncino, acrilico, olio su tela, sculture in bronzo. La donna, di cui è visibile il capolavoro che Manzù tenne nella sua camera da letto per tutta la vita e che ritrae la moglie Inge, ricondotta all’essenza e alla forza del suo essere, denudata di ogni vanità terrena, è fonte inesauribile d’ispirazione per l’artista che la ritrasse fin dal 1935, in opere agli antipodi dall’approccio accademico. All’esterno le sculture dialogano sia con la storia millenaria del luogo, animando di figure l’antica città, sia con i visitatori che potranno apprezzare da vicino il lavoro di Manzù. La mostra è corredata da un percorso creato ad hoc con forex esplicativi, totem e pannelli, che illustreranno al visitatore la vita e le opere dell’artista. Una piantina, infine, permetterà allo spettatore di rintracciare agilmente le sculture nell’area dello scavo.
ROMA: UN SECOLO DI FOTOGRAFIA
Fino al 15 novembre, al Museo di Roma in Trastevere, la mostra fotografica “K & K – František Krátký e Pavel Kopp, due sguardi sull’Italia. Un secolo di fotografia nelle immagini di due boemi”, mette in relazione 40 inquadrature italiane del celebre fotografo e pittore boemo František Krátký, vissuto tra il XIX e il XX secolo, con altrettanti scatti del contemporaneo e affermato Pavel Kopp, nelle cui istantanee è possibile riconoscere un forte legame con l’Italia ove, negli anni ’90, ha lavorato come diplomatico dell’appena costituita Repubblica Ceca. Dalle campagne alle piazze, dai vicoli ai cortiletti di un’Italia “d’altri tempi”, lo spettatore è proiettato in una trama di storie umane dai contorni sfumati e indefiniti, tali da dare voce ai ritratti di quegli uomini, donne e bambini che animano, con la loro presenza, le immagini scattate dai due fotografi ed esposte in mostra. Impreziositi da una delicata colorazione manuale in trasparenza, postuma allo scatto, i fotogrammi stereo in bianconero di Krátký, giunto in Italia per un reportage nel 1897, costituiscono resoconti suggestivi dei viaggi dell’artista in varie città: Roma, Firenze, Pisa, Genova, Torino, Milano, Venezia e Verona. Molti anni dopo, le preziose lastre di Kratký sono state ritrovate e recuperate da Pavel Scheufler (1950) fotografo e noto storico dell’immagine di Praga. Il suo archivio è oggi un’imponente raccolta di immagini, in prevalenza dedicate alla Repubblica Ceca ed alla sua capitale, che egli ha restaurato, digitalizzato e diffuso in circa sessanta esposizioni tematiche. All’incirca cento anni dopo Krátký, Pavel Kopp rinnova lo sguardo sul Bel Paese e propone immagini cariche di forte tensione emotiva e di una marcata naturalezza.
ROMA: IL CIBO NELL’IMPERO ROMANO
Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponderà la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei” ospitata dal Museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione dell’Expo, e promossa dal Comune di Roma, presenta la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla Soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’ Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.