Cinquant’anni fa, il 7 dicembre 1965, il Concilio Vaticano II licenziò la Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” sui rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno. Ciò che allora colpì fu l’approccio nuovo alla questione. La modernità era guardata con simpatia, mancava la condanna solenne del marxismo che molti auspicavano, c’era uno sguardo positivo sui travagli di un’umanità che sembrava alla ricerca di vie nuove per promuovere lo sviluppo e la solidarietà.
Nel loro saggio sulla politica dei cattolici, pubblicato da Città Nuova, gli storici Paolo Pombeni e Michele Marchi – ricostruendo lo scontro che in quell’occasione ci fu tra innovatori e conservatori – osservano che certo si potrebbe discutere della profondità di un testo che recepiva il disagio delle migliori intelligenze verso il vecchio catastrofismo antimoderno della cultura cattolica tradizionale, ma che era anche molto condizionato dall’ottimismo fiducioso nel progresso tipico delle scienze sociali di quegli anni. E’ però un fatto – scrive Pombeni – che quell’ approccio positivo esortava i cattolici a entrare ancora di più nel dibattito comune a quelli che papa Giovanni – nella sua enciclica Pacem in Terris – aveva chiamato gli “uomini di buona volontà”.
Mezzo secolo dopo, ai vertici della Chiesa, grazie a papa Francesco, si torna a respirare lo stesso clima di profonda innovazione, con lo stupore e le lacerazioni che in quell’istituzione ogni strappo comporta.
Riavvicinarsi al mondo, sembra l’idea-guida del pontificato di Bergoglio. Prima che il mondo si distacchi per sempre dalla Chiesa.