Infinite sono le leggi che regolano lo studio del tradimento nella storia. Ma due sono superiori alle altre. La prima: chi vince non verrà mai considerato un traditore. La seconda: il tradimento è questione di date, ciò che oggi è considerato un tradimento, domani potrà essere tenuto nel conto di un atto coraggioso.
Questo scrive Paolo Mieli nel saggio in titolato “L’arma della memoria” (Rizzoli). Mieli fa proprie le osservazioni di Marcello Flores, autore di una storia politica e sociale del tradimento dalle origini fino al primo grande conflitto mondiale, quando ricorda che “il primo esempio di un colossale tradimento collettivo – la Guerra d’indipendenza delle colonie americane dalla Gran Bretagna – in nessun libro di storia potrà essere giudicato come tale”.
Nel corso dei tempi, l’attributo di traditore è stato dato, elenca Flores, “agli apostati, agli eretici, ai convertiti, ai rinnegati, ai transfughi, agli ammutinati, ai disertori, alle spie, agli informatori, alle quinte colonne, ai collaborazionisti, ai ribelli, ai rivoluzionari, ai terroristi, ai voltagabbana, ai pentiti, ai crumiri; per non parlare degli infedeli e degli adulteri all’interno della sfera privata”. Si tradisce, ha scritto la sociologa Gabriella Turnaturi “se stessi, i parenti, gli amici, gli amanti. La patria. Si tradisce per ambizione, vendetta, leggerezza, per affermare la propria autonomia, per cento passioni e cento ragioni”.
Ma al traditore può capitare di riscattarsi, di essere visto cioè in una luce nuova e diversa. Capitò persino a Giuda, che a un certo punto fu presentato come colui che aveva reso possibile il disegno di Gesù. Potrebbe succedere anche a Fassina.