(25 novembre 2015) Questa settimana capiremo la portata della risposta militare all’offensiva terroristica del Califfato. Il presidente francese Hollande ieri ha incontrato il premier inglese, oggi è a Washgington per vedere Obama, mercoledì a Parigi riceverà la cancelliera tedesca e giovedì a Mosca farà visita a Putin. Sul piano diplomatico, la Francia può far valere la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che consente “l’utilizzo di tutte le misure necessarie” per combattere l’Isis.
Sul piano del diritto internazionale, il richiamo – per quanto riguarda l’Europa – è quello all’art. 42 del trattato di Lisbona, ovvero la clausola di difesa collettiva che scatta in caso di aggressione armata.
E tuttavia, nonostante le attestazioni di solidarietà, difficilmente Hollande otterrà dagli alleati un impegno che comprenda l’utilizzo di truppe di terra.
Negli Stati Uniti, in particolare, la disponibilità a nuovi impegni militari sembra minima, visto il bilancio umano, sociale ed economico delle due guerre iniziate da Bush. Stando ai dati citati da Fabrizio Tonello sulla rivista Aspenia, in Afghanistan, Pakistan e Iraq bombardamenti, combattimenti e attentati hanno causato la morte di circa 210.000 civili. Molti di più ne sono morti come conseguenza indiretta della guerra, per malnutrizione, malattie, danni al sistema sanitario e all’ambiente. A questi costi inflitti alle popolazioni si aggiungono le perdite subite dagli Stati Uniti e dai loro alleati, ufficialmente circa 6.800 morti sul campo. A essi vanno aggiunti i 7mila morti tra i mercenari, i cosiddetti contractors, ampiamente usati dall’amministrazione Bush. Complessivamente, i feriti e gli invalidi sono stati quasi un milione.
Enormi per gli Stati Uniti anche i costi economici. Si tratta di circa 4.400 miliardi di dollari, che hanno contribuito ad alimentare un debito federale che ora supera i 19 mila miliardi. L’appello di Hollande sarà dunque rivolto a un paese gravemente indebitato e a un’opinione pubblica contraria alle avventure militari.