(3 dicembre 2015) Ogni giorno in Italia si vendono 3 milioni di quotidiani. Circa la metà di quelli che si vendevano vent’anni fa. Le edizioni digitali non coprono che in minima parte il calo degli acquisti in edicola. Vanno al macero più del 30% delle copie stampate, ma in alcuni casi c’è chi deve stampare tre copie per riuscire a venderne una. Una situazione molto diversa da altri paesi europei. In Francia, ad esempio, dove la quota di abbonamenti è molto alta, le rese non superano il 14%.
Gli stabilimenti di stampa attivi in Italia sono passati dai 92 del 2011 ai 66 attuali. Le rotative erano 152 e ora sono 114. Ma il calo che più preoccupa è quello degli introiti pubblicitari: l’anno scorso per i quotidiani meno di 800 milioni, con un calo del 18% rispetto al 2012. Contro ogni previsione, è diminuita anche la pubblicità su Internet, passata dai 556 milioni del 2008 ai 474 del 2014.
Blitz Quotidiano, un sito particolarmente attendibile quando si occupa di editoria (lo ha fondato Marco Benedetto, ex ceo del Gruppo Espresso) , ha notato che in questo quadro poco incoraggiante per l’industria dell’informazione scritta, vanno meglio (o meno peggio) i quotidiani che privilegiano la cronaca e l’informazione di servizio, e hanno dei siti internet avari di notizie, e dunque non cannibalizzano l’edizione cartacea. Perché più ben fatte e ricche sono le edizioni on line dei giornali, più le loro vendite in edicola ne soffrono.
Ma l’osservazione più interessante è che il calo in edicola è più marcato per i giornali che privilegiano la politica. Giornale, Repubblica, Corriere della Sera, Fatto Quotidiano perdono anno su anno più degli altri, nell’ordine dell’11-12%.
Se ne può dedurre che in futuro dovremo abituarci a giornali sempre più depoliticizzati, per il sollievo forse del pubblico, probabilmente degli editori e sicuramente di chi governa.