(9 febbraio 2016) L’economista Gianfranco Viesti fa notare che, nel disinteresse generale, le politiche di sviluppo del Sud sono sostanzialmente scomparse. Fatta salva la breve azione dei ministri Barca e Trigilia, l’interesse dei governi per il tema è praticamente inesistente. Non c’è più nemmeno un ministro o un sottosegretario che abbia la delega alle politiche di coesione. Le aree deboli del paese stanno sperimentando la peggiore congiuntura economica della storia unitaria. E quando la Confcommercio diffonde, come ha fatto questa mattina, dati sconfortanti sull’aumento del disagio sociale, sconta il peggioramento di tutti i parametri misurati nel Mezzogiorno.
Ma c’è un altro aspetto dello squilibrio territoriale, che non riguarda nord e sud, ed è il divario tra pianura e montagna. Oggi al Senato è stato presentato un rapporto realizzato da Cer e Trentino School of Management da cui risulta che se la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è cresciuta di circa 12 milioni di persone, la montagna ne ha perse 900 mila.
Presidio idrogeologico e della biodiversità, custode della qualità dell’aria e della qualità delle acque – dunque della qualità della vita – la montagna in Italia sembra sempre più abbandonata a se stessa.
Dal report intitolato “La montagna perduta” emerge però che lo spopolamento è un processo non uniforme, perché in due regioni, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta, la popolazione è invece aumentata. Merito di politiche pubbliche adeguate, con le risorse dell’autonomia investite in infrastrutture e reti informatiche, servizi come sanità, istruzione e trasporti, incentivi ai distretti industriali specializzati e alle produzioni agricole di qualità.
Il ripopolamento della montagna si sta inoltre rivelando, in alcune zone d’Italia, un modo intelligente di gestire i flussi migratori. Favorisce l’integrazione dei nuovi arrivati e il ritorno alla vita dei territori abbandonati.