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“Morandi a vent’anni”
quattro capolavori
da Venezia a Bologna

it@withub.it by it@withub.it
26 Febbraio 2016
in Archivio speciali - Mostre
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Fino al 26 giugno il Museo Morandi di Bologna propone, all’interno della propria collezione, un focus su un periodo poco conosciuto del percorso artistico morandiano: con “Morandi a vent’anni. Dipinti della Collezione Mattioli dal Guggenheim di Venezia” vengono resi visibili per il pubblico quattro capolavori dell’artista bolognese, tutti datati tra il 1913 e il 1915, provenienti dalla importante collezione d’arte milanese di Gianni Mattioli, dal 1997 in deposito a lungo termine presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia per volontà della figlia Laura Mattioli Rossi. Accanto ai quadri Mattioli vengono esposte alcune opere giovanili di Morandi meno note al grande pubblico: due studi di accademia, alcuni ritratti della sorella Dina, l’unica composizione futurista del 1915 e quella cubista dello stesso anno. Completano la sala tre preziosi disegni del 1919-20, di raro valore documentario, che corrispondono a tre dipinti fondamentali della sua importante stagione metafisica. Inoltre il Museo Morandi prosegue il percorso di valorizzazione della propria collezione attraverso una programmazione mostre temporanee che accostano l’attività di Giorgio Morandi all’opera di artisti che a vario titolo ne hanno fatta propria e reinterpretata la poetica. Fino al 3 aprile è la volta di Brigitte March Niedermair, che presenta due serie di lavori fotografici in dialogo con la collezione del museo bolognese.

ROMA: LA VIA CRUCIS DI BOTERO

“Via Crucis. La Passione di Cristo” è un ciclo di opere realizzate da Fernando Botero tra il 2010 e il 2011. Nella serie, composta da 27 olii e 34 opere su carta, esposta in numerosi Paesi tra l’America e l’Europa, e al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino all’1 maggio, emerge la tematica presente in Botero sin dalla sua infanzia e gioventù, in Colombia, immersa nell’abbondanza d’immagini religiose, tanto nell’ambito pubblico che in quello privato. L’opera dell’84enne artista colombiano offre molteplici livelli di lettura. Il suo lavoro è un’interpretazione sempre amplificativa, mai semplicemente imitativa, di alcuni dei protagonisti dell’arte occidentale tra i quali, solo per citarne alcuni, Paolo Uccello, Peter Paul Rubens, Diego Velázquez, Paul Cézanne e Pablo Picasso. Botero ha costruito sempre mondi sensuali, popolati da esseri colmi di un piacere immenso e felice, attraverso quell’abbondanza tranquilla e suntuosa delle forme che trova la sua maturità verso la fine degli anni ‘70. C’è qui un crocevia nel quale i ricordi della sua città, del suo Paese, vengono attraversati fortemente da pratiche religiose profondamente radicate nella propria cultura e iconografia. Le dolci sembianze, le idee e le forme che sembrano così stabili, vengono attraversate da quello sconvolgimento in cui dolore e tragedia si plasmano, impiegando il linguaggio figurativo che caratterizza l’artista colombiano senza abbandonare il suo particolare sguardo deformante.

BRESCIA: L’ARTE VA IN METROPOLITANA

La metropolitana di Brescia diventa il luogo per l’arte contemporanea. L’originale progetto, intitolato SubBrixia, porta alcuni dei protagonisti della scena artistica italiana contemporanea ad interagire con la rete metropolitana della città di Brescia, inaugurata nel 2013. Per ogni stazione delle prime cinque selezionate, un artista diverso presenta un’installazione pensata ad hoc, in site specific: Rä di Martino alla Fermata Marconi (con una partecipazione dell’attore Filippo Timi), Marcello Maloberti alla Fermata Stazione, Francesco Fonassi alla Fermata Ospedale, da questo mese Patrick Tuttofuoco alla Fermata San Faustino e dal prossimo Elisabetta Benassi alla Fermata Vittoria.

ROMA: LO SGUARDO DI TINTO BRASS

“La vita è semplice ma complicata dalla paura che le persone hanno della libertà”: con questa frase si potrebbe riassumere tutto il pensiero del regista Tinto Brass che viene ripercorso con una mostra ospitata al Complesso del Vittoriano fino al 23 marzo, “Tinto Brass: uno sguardo libero”. La mostra, che è la prima grande esposizione dedicata al regista, comprende foto, oggetti di scena, documenti inediti, lettere, sceneggiature, copioni, manifesti e costumi. Curata da Caterina Varzi e realizzata da Comunicare Organizzando, la mostra si avvale del patrocinio di Roma Capitale e della collaborazione di Istituto Luce-Cinecittà, Rai Teche e Acea.

FORLI’: IL MITO DI PIERO DELLA FRANCESCA

Presentare un nucleo adeguato di opere di Piero della Francesca, artista tanto sommo quanto “raro”, è già operazione complessa. Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, Fra Carnevale a Francesco Laurana tra gli altri, è operazione non semplice. Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l’influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e Bartolomeo della Gatta ma anche Giovanni Bellini. Lo fa la mostra “Piero della Francesca. Indagine su un mito”, ai Musei San Domenico di Forlì fino al 26 giugno. La mostra inoltre indaga il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell’oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury. Esplorati anche gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas e Seurat, nei percorsi del postimpressionismo, e tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes. La fortuna novecentesca dell’artista è affidata poi agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, confrontati con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

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