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A Firenze prima tappa nella Starlight dell’astrofisica

it@withub.it by it@withub.it
1 Aprile 2016
in Archivio speciali - Mostre, Pubblicazione
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Prima tappa, fino al 21 giugno, all’Osservatorio Astronomico di Arcetri, per la mostra “Starlight”, organizzata dall’Inaf, con il patrocinio del ministero dei Beni culturali. La mostra sarà itinerante in ognuna delle cinque sezioni che compongono la “costellazione” Inaf: oltre ad Arcetri (dove l’esposizione ha per titolo “La nascita dell’astrofisica in Italia”), arriverà anche a Roma, Capodimonte (Napoli), Palermo e Padova. “Roma, capitale dell’astrofisica” sarà visitabile presso l’Osservatorio Astronomico di Roma a Monte Porzio Catone, la sezione dedicata “L’eclisse totale di Sole del 1870” sarà ospitata presso l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, “Lo sviluppo della fisica solare” sarà visitabile presso la Chiesa di S. Maria delle Grazie, al Palazzo Reale di Palermo e “Una società scientifica italiana per l’astrofisica” presso l’Osservatorio Astronomico di Padova. Ad Arcetri il contributo dell’Italia allo sviluppo dell’astrofisica è “narrato” attraverso il patrimonio storico-scientifico dell’Inaf, a cui oggi afferiscono gli Osservatori astronomici italiani: strumenti, libri e documenti di archivio, molti dei quali per la prima volta esposti e resi fruibili al pubblico. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha voluto destinare, quale suo premio di rappresentanza, la Medaglia del Presidente della Repubblica alla mostra, che sarà visitabile anche in modo virtuale, grazie ad un virtual tour disponibile sul sito web dedicato (http://starlight.inaf.it) e che sarà inaugurato in contemporanea con l’inaugurazione “reale”. Le varie sedi vedranno anche lo svolgersi di eventi correlati, tra tutti uno spettacolo teatrale “Starlight, sette millimetri di universo” scritto proprio in occasione della mostra stessa e dedicato alla nascita dell’astrofisica, che farà una sorta di mini tour nelle strutture coinvolte.

(red)

 

CATANIA: LE LIBELLULE DI PIETRO RUFFO

Attualissima traduzione artistica di una condizione geopolitica internazionale, la mostra “Breve storia del resto del mondo” di Pietro Ruffo, da domenica al 10 luglio, a Catania, alla Fondazione Puglisi Cosentino, offre una riflessione sulle questioni da cui sono originate le più recenti e disastrose piaghe sociali: dal colonialismo, alla primavera araba, dal fondamentalismo islamico alle rivolte per i diritti dei lavoratori in Sud Africa. La mostra riunisce una spettacolare sequenza di opere di grandi dimensioni realizzate dal 2005 ai giorni nostri dall’artista romano, vincitore del Premio Cairo e del Premio New York all’Italian Academy for Advanced Studies at Columbia University nel 2010 e oggi riconosciuto come uno degli artisti italiani più interessanti a livello internazionale. Conosciuto per le sue grandi mappe delle nazioni, su cui schiere di libellule intagliate a mano e fermate con migliaia di spilli a rappresentare l’idea della libertà, Ruffo concepisce un percorso espositivo che guida il visitatore al riconoscimento di alcuni “padri-ispiratori” del pensiero liberale e costituzionale: tra loro il politologo inglese Isaiah Berlin, cui l’artista dedica nel 2010 la serie di grandi ritratti I sei traditori della libertà, in mostra a Catania. Ma anche poeti come il libanese Khalil Gibran, cui è dedicata l’opera Liberty House (2011): una piccola costruzione architettonica che vuole affermare il concetto che si è davvero liberi solo se il desiderio di ricercare la libertà diventa pratica quotidiana e interiore. Ad apertura e chiusura della mostra, l’opera The Colours of Cultural Map (2015) commissionata da Luciano Benetton per il progetto Imago Mundi e Spadsvii, commissionato dalla Gnam di Roma, un biplano di dimensioni reali realizzato interamente in legno e carta. “La forza di Ruffo consiste nell’utilizzare tutti gli elementi base propri della sua formazione di architetto – il progetto, la carta, il disegno – per dar voce, con opere anche tridimensionali, ai grandi temi della storia universale, come la libertà e la dignità dell’essere umano costantemente minacciate dalle insidie del mondo di oggi” afferma Emmanuele F. M. Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo che promuove la mostra insieme alla Fondazione catanese.

(red)

PADOVA: RICOSTRUITA LA TOMBA DI PASHEDU

Fino al 19 giugno i Musei Civici di Padova ospitano a Palazzo Zuckermann la ricostruzione a grandezza naturale della celebre tomba egizia di Pashedu, artigiano e artista dell’era di Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del Museo Egizio di Torino e che riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina, villaggio che ospitava le famiglie di artigiani e artisti addetti alla costruzione e alla decorazione delle tombe faraoniche della Valle dei Re. Pashed o Pashedu, il cui nome significa il Salvatore, visse nel XIII secolo a.C. e fu caposquadra di uno dei gruppi di lavoratori che realizzarono le grandi sepolture reali. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al Museo del Cairo e un rilievo al Museo Egizio di Firenze. A Padova, nella collezione del Museo Archeologico, si conserva invece un ushabti (statuina che riproduceva il defunto e che doveva lavorare per lui nell’aldilà nei campi di Osiride). L’esposizione della tomba di Pashedu è corredata da una serie di pannelli che approfondiscono i legami tra Padova e l’antico Egitto, in particolare sulla figura di Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), esploratore patavino cui sono indissolubilmente legate la scoperta dell’Egitto faraonico e la nascita dell’egittologia. Il Museo Archeologico di Padova ospita una collezione di circa 180 reperti, tra cui spiccano proprio quelli legati alla figura d Belzoni.

(red)

PARMA: GINO SEVERINI IN 100 OPERE

La mostra “Severini – L’emozione e la regola”, fino al 3 luglio alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, omaggia il pittore Gino Severini (Cortona 1883 – Parigi 1966) nel cinquantenario della morte. Dal Divisionismo al Futurismo, dal Cubismo al Classicismo. Le stagioni creative di Severini alla Villa dei Capolavori in 100 opere, dai dipinti ai lavori su carta di ingenti dimensioni, come anche alcuni esempi di studi preparatori, 25 delle quale inedite in Italia, anche frutto di recenti scoperte. L’esposizione prende spunto dalla presenza di due opere dell’autore nella collezione permanente della stessa Fondazione Magnani Rocca: la Danseuse articulée, capolavoro futurista, e la matissiana Natura morta con strumenti musicali. 

(red)

 

 

BOLOGNA: LA STREET ART DI BANKSY & CO

La mostra “Street Art – Banksy & Co.”, fino al 26 giugno, a Palazzo Pepoli, se del Museo della Storia di Bologna, racconta per la prima volta le influenze sulle arti visive che la street art ha avuto e continua ad avere, passando per quell’estetica che nacque a New York negli anni ‘70 grazie alla passione per il lettering e il name writing di giovani dei quartieri periferici della città. L’evento porta per la prima volta in Italia parte della collezione del pittore statunitense Martin Wong donata nel 1994 al Museo della Città di New York. Come mostra dentro la mostra, la sezione vuole individuare la New York del 1980, nella quale si potranno ammirare lavori dei più grandi graffiti writers e street artists statunitensi come Dondi White, Keith Haring e Lady Pink. Il progetto nasce dalla volontà di Fabio Roversi-Monaco, presidente di Genus Bononiae, e di un gruppo di esperti nel campo della street art e del restauro con l’obiettivo di avviare una riflessione sui principi e sulle modalità della salvaguardia e conservazione di queste forme d’arte. Dagli anni Ottanta a oggi la stessa Bologna si è affermata come punto di riferimento per molti artisti street art – da Cuoghi Corsello a Blu, passando per Dado e Rusty – che hanno scelto proprio la città felsina per lasciare il loro segno sui muri.  Il progetto di “strappo” e restauro, una sperimentazione condotta dal laboratorio di restauro Camillo Tarozzi, Marco Pasqualicchio e Nicola Giordani su alcuni muri bolognesi di Blu – uno dei dieci street artists migliori al mondo come riporta una classifica del The Guardian del 2011 -, quali il grande murale delle ex Officine di Casaralta (Senza titolo, 2006) e il murale della facciata delle ex Officine Cevolani (Senza titolo, 2003) destinati altrimenti alla demolizione, è parso come un’occasione propizia per una mostra che vuole contribuire all’attuale dibattito internazionale: da anni, infatti, la comunità scientifica pone l’attenzione sul problema della salvaguardia di queste testimonianze dell’arte contemporanea e della loro eventuale e possibile “musealizzazione” a discapito dell’originaria collocazione ma a favore della loro conservazione e trasmissione ai posteri.

(red)

 

 

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