Roma, 10 mag – “Io stesso, e come me moltissimi altri egiziani, in particolar modo gli attivisti e i giornalisti indipendenti, sono convinto dell’ipotesi che Regeni sia stato assassinato da uno dei molteplici tentacoli dei famigerati servizi segreti egiziani”, “per me, in quanto egiziano, l’unica sorpresa è che questo sia toccato a uno straniero, proveniente da un Paese ricco e sviluppato” e “capisco perfettamente gli attivisti e i giornalisti egiziani che hanno scelto l’esilio. Per quelli che sono rimasti a continuare la lotta, tra mille pericoli e mettendo a rischio la libertà o addirittura la vita, provo una sconfinata ammirazione.”. Lo scrive lo scrittore e giornalista egiziano Khaled Diab, che ora vive a Gerusalemme, in una intervento sul Corriere della Sera. E aggiunge: “La morte di Regeni ha scoperchiato il marciume che esiste all’interno del regime egiziano, e questo dovrebbe temperare gli entusiasmi di tanti politici e giornalisti italiani nei confronti di Al Sisi, descritto come ‘coraggioso’ perché alla testa di una «rivoluzione» all’interno dell’Islam. Agli occhi dei laici e degli intellettuali egiziani, molti dei quali rinchiusi oggi dietro le sbarre, l’idea che il nostro capo incoerente e inflessibile sia una sorta di riformatore illuminato potrebbe apparire come una crudele ironia. Al Sisi non è un rivoluzionario, ma un controrivoluzionario”. E conclude: “I diritti umani devono restare la colonna portante nei rapporti dell’Europa con l’Egitto e il resto della regione. E’ venuto il momento che l’Italia e l’Unione Europea esigano concretamente, sia dall’Egitto che dagli altri Paesi del Mediterraneo, il rispetto di questi principi fondamentali”.
(red)