A 60 anni dalla tragedia di Marcinelle, dove morirono 262 minatori di cui 136 italiani, entrata nell’immaginario collettivo come una dei più gravi incidenti sul lavoro, l’Inca (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza) rinnova il suo impegno affinché si affermi una “Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere”. Con questo spirito il patronato della Cgil celebra il ricordo di quella strage con una iniziativa che si articolerà in due giornate (12 e 13 luglio) a Bruxelles. Un programma fitto di incontri, a cui parteciperanno personalità del mondo politico e sindacale europeo, senza trascurare il ricordo di quelle vittime sul lavoro a cui renderanno omaggio visitando la miniera di Bois du Cazier, dove si consumò la tragedia.
L’ESODO DEI LAVORATORI DALL’ITALIA, IL PIÙ MASSICCIO D’EUROPA All’appuntamento “L’Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere”, organizzato dall’INCA-CGIL per i 60 anni della tragedia di Marcinelle, i 60 anni della presenza dell’INCA in Belgio e i 70 anni degli accordi Italia-Belgio ha preso parte anche il responsabile nazionale PD per gli italiani nel mondo Eugenio Marino che ha ringraziato l’INCA per aver organizzato l’importante evento che ha coinvolto “insieme al mondo sindacale italiano ed europeo anche espressioni del mondo della cultura, delle realtà associative e della rappresentanza politica”: “E credo – ha aggiunto – sia utile anche averlo fatto con l’intera rete degli operatori INCA nel mondo”. Nel suo intervento a Bruxelles Marino ha sottolineato che “Marcinelle – o eventi come Marcinelle – non sono un tema locale, ma globale, come la stessa ‘Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. Per l’esponente del Pd “la Marcinelle di 60 anni fa non era solo una miniera dalla quale si estraeva carbone e nella quale si è verificato un disastro. Ma era la fotografia di un mondo fatto di stati nazione che, dopo una terribile guerra mondiale, cercava di rimettersi in moto ricostruendo sé stesso e un sistema economico, politico e sociale in Europa, anche attraverso la costruzione di una nuova Europa integrata e sovranazionale: quella del sogno di Spinelli. E questa ricostruzione in buona parte vi fu, su nuove basi politiche e con successi anche economici generali, soprattutto per Inghilterra, Francia, Germania e Benelux. Ma fu fatta – ha sottolineato Marino – tutta a spese dei paesi più deboli dell’Europa di allora (o di alcune zone di questi) e dei bisognosi delle fasce sociali più deboli, quindi dei migranti. Soprattutto quelli italiani e, tra questi, quelli del Sud Italia”. Marino ha ricordato infatti che “l’esodo dei lavoratori migranti dall’Italia fu il più massiccio d’Europa e si svolse anche sulla base di accordi tra paesi ai quali l’Italia forniva quella manodopera che consentì poi, ad esempio al Belgio, di uscire come vincitore della battaglia del carbone. Difficile, però, – ha aggiunto Marino -dire quale sia stato il vantaggio per il nostro Paese se, a conclusione di quel ciclo, l’Italia ci rimise circa 800 morti nelle varie catastrofi (488 solo dal 1946 al 1955, di cui 136 solo a Marcinelle); decine di migliaia di invalidi per infortuni o per silicosi; migliaia di famiglie disgregate e disperse e, conseguentemente alla partenza di manodopera italiana per l’estero, desertificazioni di intere aree del Paese, contrapposta a un vantaggio competitivo dei paesi del nord Europa che, come possiamo constatare, dura ancora oggi”.
LA TUTELA DEL LAVORO ALL’ESTERO “Di fronte al padrone straniero il nostro emigrato è rimasto spesso senza tutela” ha detto Marino nel suo intervento nel corso del quale ha ricordato quanto è complessa “la tutela del nostro lavoro all’estero”:. Citando Paolo Cinanni, intellettuale meridionalista ed esperto di emigrazione, cofondatore insieme a Carlo Levi della Filef e autore di quell’importante e attuale libro che è Emigrazione e imperialismo, Marino ha ricordato “quanto non sia sufficiente, non basti, il lavoro dei governi e della politica di uno Stato per garantire integrazione, diritti e progresso degli uomini, dei lavoratori, dei migranti, delle stesse istituzioni europee” perché è ugualmente importante “il lavoro e l’opera dei lavoratori e del mondo associativo, dei corpi intermedi come i sindacati”.
L’IMPORTNZA DELLA CONDIVISIONE Marino ha ricordato l’importanza dei “corpi intermedi”, del “confronto”, della “della concertazione ampia” e quanto sia sbagliato “procedere per semplificazioni e in solitudine o, al massimo, con interlocutori privilegiati e ben disposti”. “La storia, soprattutto quella del nostro Paese, ce lo ricordava qualche giorno fa Gianni Cuperlo in una iniziativa a Roma, ci ha insegnato – ha spiegato Marino da Bruxelles – che i risultati migliori e più duraturi non si sono avuti mai quando si è cercato di depotenziare i corpi intermedi, esaltando l’uomo forte e le decisioni in solitaria (da Crispi a Mussolini, da Tambroni a Berlusconi); ma proprio con la condivisione e la concertazione con i corpi intermedi e la condivisione ampia nella società (da Giolitti a De Gasperi, fino a Prodi)”.
L’EMIGRAZIONE E LA SOCIETA’ “E in questi contesti ampi e generali, poi, l’emigrazione è stata ed è un termometro che misura se e come funziona una società nei suoi vari aspetti: economici, politici e sociali” ha detto Marino all’evento promosso dall’Inca in Belgio. “Vorrei quindi proporvi questa lettura, – ha aggiunto rivolgendosi al pubblico – che parte dalle diverse zone di emigrazione o immigrazione: se il lavoro migrante serve ad accentuare piuttosto che a contenere gli squilibri tra aree e paesi, vuol dire che si è in una logica di un suo uso strumentale e di super sfruttamento delle persone. Se al contrario il lavoro migrante può contribuire a costruire relazioni più equilibrate tra paesi erogatori e paesi di accoglienza, esso va accolto come positivo. Vale a dire che la libera circolazione delle persone è certamente un valore in sé dal punto di vista individuale, ma non lo è necessariamente dal punto di vista dei diversi territori (e degli stati) che costituiscono l’Europa. Per questo vi è bisogno di una funzione politica forte che abbia degli obiettivi riconoscibili di solidarietà interna (e anche esterna, per esempio verso i paesi che circondano il Mediterraneo). Stare insieme vuol dire condividere (armonizzare come scriveva Cinanni), altrimenti non vi è una ragione particolarmente plausibile. Le nuove migrazioni oggi ripropongono, se possibile con maggiore forza, gli stessi dilemmi. Ciò è inaccettabile da ogni punto di vista: bisogna ricostruire rapidamente una capacità di lettura condivisa delle vere cause della crisi e, insieme, di unità interna e internazionale del mondo del lavoro che superi realmente divisioni e confini e non metta la persona su un piano secondario a quello dei capitali” ha aggiunto Marino. “Senza queste indispensabili condizioni assisteremo alla fine del sogno europeo, quando invece oggi, dopo la Brexit, servirebbe ancor più un concreto rilancio”.
SCENARI FUTURI E POSSIBILI SOLUZIONI “Abbiamo anche noi una grande responsabilità – ha concluso Marino – le vicende dell’emigrazione italiana vecchia e nuova e quelle degli esodi mediorientali e africani, pur nelle loro differenze e articolazioni, sono di nuovo uno degli snodi nevralgici per la costruzione del nostro futuro e del rilancio dell’UE. Ciò che a mio avviso potrebbe essere una soluzione, come ebbe a dire qualche temo fa anche Romano Prodi, è un primo accordo di pochi grandi paesi dell’Unione che rinuncino alla propria sovranità istituzionale e costituiscano un primo nucleo di Unione realmente politica con un unico esercito, unica cittadinanza e unico governo. Con politiche sociali, fiscali e del lavoro armonizzate”. (red – 13 lug)
