C’è ancora chi pensa che Internet sia uno strumento come gli altri. E invece la tecnologia digitale è un mondo da abitare che ci modifica radicalmente: cambiano le dimensioni affettive, volitive e cognitive dell’uomo. E’ una vera mutazione antropologica. Ho lanciato i corsi di cyberpsicologia, quest’anno all’Università Europea di Roma, perché i futuri psicologi prendano atto che l’impatto della tecnologia sulla mente è devastante. Prendiamo lo sviluppo dei nostri bambini. Non si può più studiare come gioca il bimbo oggi rispetto a dieci anni fa”, “i nativi digitali sono rapidi e ‘geniali’ nell’apprendere a usare un iPhone, ma meno attenti e capaci di memorizzare”, “possono fare fatica ad acquisire alcune competenze scolastiche di base”. Lo afferma, in una intervista ad Avvenire, lo psichiatra Tonino Cantelmi che da anni mette in luce i pericoli della Rete, come nel volume “La pietra della follia”.
E spiega che, “coloro che sono incapaci di vivere l’esperienza digitale sono i disadattati del terzo millennio. Al contrario quelli che vivono solo il digitale sono i nuovi schiavi, tra cui molti adolescenti ma anche tanti adulti incapaci per esempio di corteggiare una donna se non attraverso chat o social”. E questo perché la relazione digitale “consente espressioni narcisistiche di sé, esalta l’emotivismo, è provvisoria e senza garanzie di durata. Una relazione autentica implica invece un grande lavoro, interesse per l’altro, voglia di mettersi in discussione e di crescere. Il problema è che dopo la sbornia di relazioni digitali uno si trova più solo di prima” e “non a caso la depressione secondo l’Oms nel 2020 sarà la patologia più diffusa”. Inoltre “i social ci hanno abituato a vivere l’esperienza socializzandola” e “la ricerca del ‘mi piace’ a tutti i costi è il trionfo del narcisismo digitale. Per un ‘like’ siamo disposti a tutto anche alle perversioni. Non a caso facciamo i conti con un progressivo abbassamento della soglia del pudore. E sarà sempre peggio perché i social ci spingono a rappresentare noi stessi con l’unico obiettivo di ottenere consenso”. Quindi una riflessione sul rapporto con i figli: “A noi genitori fa molto comodo silenziare i nostri figli piccoli dandogli in mano un cellulare. Siamo noi per primi a infrangere le regole, pranzando con lo smartphone a tavola… E’ il tempo degli ‘adultescenti’ dai profili più seduttivi e competitivi dei propri figli. Da anni abbiamo rinunciato a educare, perché educare vuol dire riscoprire il valore della relazione, del farsi carico dell’altro per trasmettergli valori e visioni della vita”. (27 ott – Red)