Dopo la prima tappa al Pan, Palazzo delle Arti di Napoli, la mostra “Made in culture” che espone quadri della pittrice italo-berlinese Mariella Ridda e sculture di Mario Cicalese, comincia la sua fase itinerante che la vedrà allestita in varie location della Campania. Legata all’omonimo progetto culturale del Premio Elsa Morante, che si terrà il 12 dicembre al Teatro Mercadante, l’esposizione si tiene al Museo Filangieri di Napoli fino al 13 novembre, ad ingresso libero, per permettere alla cittadinanza la riscoperta di questo gioiello cittadino che custodisce più di 3.000 opere di arti applicate (maioliche, porcellane, biscuit, avori, armi e armature, medaglie), dipinti e sculture dal XVI al XIX secolo, pastori presepiali del XVIII e XIX secolo ed anche una biblioteca dotata di circa 30.000 volumi. La collezione pittorica raccoglie, tra l’altro, dipinti del Seicento napoletano, tra cui opere di Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo e Mattia Preti. La mostra, dal 15 novembre al 7 gennaio, sarà poi allestita presso gli spazi del foyer dell’Arena Flegrea, alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
ANDRIA: 12 ARTISTI IN CERCA DELL’ALTROVE
L’accelerazione linguistica di questi ultimi anni sembra abbia consumato la maggior parte delle parole e delle espressioni creative. Tuttavia permangono testimonianze artistiche che riaffermano il valore del linguaggio del corpo e del gesto in contrapposizione a quello virtuale. Sono quelle presentate nella mostra “Frontiera dell’esistenza, dell’altrove nell’arte” che si tiene fino al 31 dicembre al Centro di Promozione Culturale Le Muse di Andria. In esposizione le opere di 12 artisti, i pittori Agostino Arrivabene, Silvio Consadori, Francesco De Rocchi, Gianfranco Ferroni, Giovanni Gasparro, Bernardino Luino, Cesare Monti, Fulvio Rinaldi, Ruggero Savinio, Giovanni Testori, lo scultore Ugo Riva e l’architetto Mario Botta. Diverse le poetiche e le semantiche trattate: dalla tematica sul sacro umanizzato di Consadori alle annunciazioni di De Rocchi, Gasparro, Monti, Rinaldi, Riva, Savinio, dal “troppo pieno” di figura e ombra delle opere di Savinio ai pieni e vuoti dell’architettura di Botta, dal “silenzio della luce” e dalla solitudine delle espressioni di Testori agli autoritratti di Ferroni, dalle esplorazioni del mito di Arrivabene alla transitorietà dell’esistenza dei lavori di Rinaldi, passando per le “presenze senza presenza” di Luino.
MILANO: 4 MAESTRI IN UNA STANZA
Con la mostra d’autunno dedicata all’astrattismo europeo ritorna l’appuntamento con “L’arte in una stanza”, il ciclo di esposizioni d’arte ideato e organizzato dalla Fondazione Pasquinelli di Milano, che offre al pubblico piccole e curatissime mostre con opere della collezione privata Antognini. “Geometrie e Lirismi intorno al 1930”, fino al 3 dicembre, raccoglie in una stanza quattro nomi fondamentali del panorama artistico del Novecento. Un’occasione preziosa di vedere sotto lo stesso tetto Kandinsky, Klee, Mirò e Prampolini, maestri della pittura che hanno condiviso l’esperienza dell’astrattismo, anche di persona come Kandinsky e Klee, che abitarono sotto lo stesso tetto durante la loro docenza al Bauhaus. Sono ormai due anni che i milanesi scoprono volta per volta i capolavori privati della collezione Antognini, che la presidente della Fondazione Pasquinelli ha deciso di offrire al pubblico in un percorso attraverso autori sempre nuovi. Da Boccioni, a Carrà, da Modigliani a Balla, passando per Rousseau, Picasso e Magritte: come a voler racchiudere gran parte del panorama artistico del Novecento in un’unica stanza.
ROMA: NEI SEGRETI DELLE PIRAMIDI
La scoperta fatta da Alessandro Benassai, presidente dell’Associazione Archeosofica, sul modulo costruttivo delle piramidi egizie della piana di Gizah (notoriamente attribuite a Cheope, Chefren e Micerino) e di quelle situate a Dashur (la piramide a doppia pendenza e la piramide rossa) è al centro della mostra “Indagini sulle Grandi Piramidi” che si tiene fino al 10 dicembre, a Roma, nella sede dell’Associazione Archeosofica. Si va alla scoperta del simbolismo numerico-geometrico che risulta essere stato impiegato nella costruzione dei rinomati colossi monumentali d’Egitto alla presentazione di studi che consentono di assaporare la bellezza della sapienza millenaria che i costruttori egizi hanno tramandato. Emerge l’immagine di un Egitto quale colossale monumento di entusiasmo religioso laddove il culto prestato al Dio Sole (Ra), sorgente di vita spirituale prima ancora che fisica, trova la sua più alta espressione nella perfezione della forma piramidale. Dal 1997, anno in cui è uscita la prima pubblicazione di Benassai sull’argomento, la mostra è stata esposta in molte città italiane ma anche all’estero: in prestigiose università (Palermo, Pisa), in palazzi storici rinomati (Palazzo del Podestà in Piazza del Campo a Siena, nel Centro Espositivo Rocca Paolina di Perugia, presso il Forte Michelangelo a Civitavecchia, al Centro Congressi Principe di Piemonte a Viareggio ecc.) e presso l’ambasciata d’Egitto a Berlino. A Roma giunge a seguito dell’ultima pubblicazione del Benassai, “Indagine sulle Grandi Piramidi”, una sintesi raffinata della scienza attribuita ai grandi faraoni d’Egitto oltre che una disamina obiettiva sui tanti misteri in cui le piramidi ancora risultano avvolte.
TORINO: QUANDO IL CAPITOMBOLO DIVENTA ARTE
Arriva a Torino la prima retrospettiva italiana dedicata al poliedrico artista Sandro Giordano, in arte Remmidemmi, e ai suoi lavori fotografici nella mostra fotografica “In Extremis (bodies with no regret)” che si tiene negli spazi dell’ex Teatro Paesana fino al 20 novembre. Il progetto inizia un’estate di diversi anni fa, quando Sandro Giordano, romano, carriera di attore alle spalle, ha un brutto incidente in bicicletta: nella caduta, l’istinto di salvare l’oggetto che teneva in mano ha prevalso su quello di parare il colpo: così ha salvato l’oggetto ma si è infortunato. Dall’esigenza artistica di “immortalare” il momento del proprio capitombolo, ha iniziato a prender forma questa serie di fotografie in cui compaiono figure stremate che, travolte da incidenti tra i più classici del quotidiano o da altri immaginati da una sfrenata fantasia, si lasciano andare, si schiantano sul terreno, ma salvano gli oggetti che tengono in mano, scelti dall’autore con cura quasi maniacale per raccontare nel dettaglio le storie e le identità dei malcapitati, rigorosamente faccia a terra. La chiave del progetto è dichiaratamente ironica e guarda al lato comico della “tragedia”, puntando sull’effetto liberatore e rivelatore della risata, e intonando, al contempo, un inno all’imperfezione e alle fragilità umane.