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Riccardi Rossi in Così rossi che più rossi non si può

it@withub.it by it@withub.it
11 Novembre 2016
in Archivio speciali - Teatro
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RICCARDO ROSSI IN “COSÌ ROSSI CHE PIÙ ROSSI NON SI PUÒ”

Per il suo atteso debutto al Teatro Olimpico di Roma (Piazza Gentile da Fabriano, 17), dove sarà in scena dal 15 al 20 novembre, Riccardo Rossi impagina in un unico spettacolo vent’anni di carriera, portando sul palco i suoi innumerevoli ritratti di persone e situazioni analizzate nel suo modo assolutamente visionario e dissacrante: Michael Jackson che sfida Albano, una festa di matrimonio che dura più del matrimonio stesso, l’acquisto dell’agenda più famosa del mondo: la Filofax, le lettere alla rubrica della “Salute di Repubblica”, l’età dell’innocenza che tutti noi abbiamo vissuto alle elementari, sono alcuni momenti di un’intera carrellata di situazioni che Rossi ha stigmatizzato con la sua follia comica durante la sua carriera. Rossi esagera ma non troppo, Rossi giudica ma non troppo, Rossi dipinge un quadro della quotidianità che se visto con gli occhi di Rossi diventa grottesco ma non innaturale, perché in fondo è veramente un po’ così. Insomma Riccardo Rossi in questo show la vede “alla Rossi”, in un modo che più Rossi non si può.

AL SANCARLUCCIO DI NAPOLI “DUE MITI COME NOI”

Nella magica cornice partenopea, negli affascinanti e storici spazi del Teatro Sancarluccio, debutta il nuovo spettacolo de La Falegnameria dell’Attore, una produzione Miramarefilm, dal titolo “Due Miti come noi (la vera storia di Penny & Dido)” che ha l’obiettivo di emozionare il grande pubblico attraverso un viaggio artistico sospeso tra mito e vita reale, condito con una grossa dose di (auto)ironia. Scritto e interpretato da Gigliola de Feo, attrice già allieva a Roma e poi assistente di Giulio Scarpati, con Pina Giarmanà, attrice nata e cresciuta nella compagnia di Roberto De Simone, per la regia di Andrea Fiorillo, attore e regista formatosi sulle tavole dello storico Teatro Sancarluccio di Napoli, lo spettacolo parte dal presupposto che cambiando la prospettiva da cui si guarda, si può godere la sorpresa di un panorama profondamente mutato.  Racconta Gigliola de Feo, autrice e interprete della pièce: “L’ironia, e ancor di più l’autoironia, sono la chiave principale, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, poiché credo che la capacità di saper sorridere di se stesse sia una caratteristica che le donne hanno sviluppato diffusamente nel corso dei secoli. Infine, il mio personale modo di essere e di sentire mi spinge da sempre ad indagare le questioni di genere: ecco perché, nella seconda parte dello spettacolo, mi servo della voce di Penelope e Didone per accendere i riflettori sulle donne oggi, sulla loro quotidiana battaglia, a volte ‘solo’ per ottenere rispetto, a volte addirittura per la mera sopravvivenza.”  “Partendo dal mito, che diventa per i greci spiegazione dell’inspiegabile – racconta Andrea Fiorillo, regista dello spettacolo – questo spettacolo prova a capovolgere il punto di vista, che in una società maschilista come quella classica,  vede le due protagoniste, Didone e Penelope, relegate in secondo piano, rispetto alla potenza del racconto di Ulisse ed Enea. Ma in un mondo che cambia, finalmente, anche se non ancora quanto dovrebbe, le due protagoniste riescono a farci leggere le loro vicende da una nuova prospettiva, che parla di autonomia, di scelta, di coraggio, di valore, di libertà. Un viaggio, il nostro, nel loro mondo, che è come quello che ci appartiene, un mondo che cambia da un interno di una stanza, che cresce nel confronto di due donne diverse, a tratti lontane ma che con coraggio provano a cambiare la storia, la loro e la nostra”. 

AL COCCIA DI NOVARA “PROVANDO… DOBBIAMO PARLARE”

Sabato 12 novembre alle 21 e domenica 13 novembre alle 16 un quartetto di attori straordinari, Sergio Rubini, Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese, Michela Cescon è protagonista  al Teatro Coccia di Novara dello spettacolo “Provando… Dobbiamo parlare”, diretto dallo stesso Rubini. Al centro della scena due coppie. Una di loro è borghese. Certo, una coppia borghese può essere teatrino di tutti i vizi borghesi: ostentazione di ricchezze, rapporti utilitaristici, rivendicazione dei diritti di figli avuti da matrimoni precedenti, patrimoni da spartire, lettere di avvocati, conti in banca, minacce, testamenti, risarcimenti, crisi di panico e via discorrendo. Per non parlare delle menzogne, i sotterfugi, i tradimenti e tutte le complicazioni che ne conseguono. Una coppia che funzioni in questo modo, spesso è tesa a gestire il suo status sulla base del calcolo e della scorrettezza, dimentica ormai da anni che il motore che li unì un tempo fu l’amore. Ebbene immaginiamo che i migliori amici di una coppia come questa, siano due che stanno insieme invece per tutt’altre ragioni. Non sono sposati, non hanno proprietà, terreni da dividere, case da accaparrarsi, non sono cointestatari di un conto in banca, e per quel che riguarda i beni materiali condividono solo un bell’attico in affitto al centro di Roma e quintalate di libri che non sanno più dove mettere. Lui è uno scrittore, un Premio Strega, due bestseller alle spalle, cinquant’anni ben portati e la trascuratezza da intellettuale consumato e progressista; lei vent’anni più giovane e il fascino di chi pende ancora dalle labbra del maestro, il suo fidanzato in questo caso. Inoltre questi ultimi due a differenza dell’altra coppia anziché fare figli hanno scritto dei libri insieme – i libri di lui a dire il vero – e un’insana necessità di dirsi sempre tutto, questo almeno nelle intenzioni. Adesso, l’anomalia di queste due coppie è senza dubbio che sono amici e che non ci sia un weekend, una vacanza, un’uscita, una festa comandata, che i quattro non trascorrano insieme. Supponiamo adesso che la coppia borghese, proprio come ogni coppia borghese che si rispetti, stia attraversando la sua ennesima crisi coniugale, questione di corna nello specifico, e che si sia fiondata a casa degli altri due anche una sera in cui non avevano messo in conto di vedersi. Ma in fondo non è proprio nel momento del bisogno che servono gli amici? Ed ecco così che la serata si fa notte e il salotto con tanto di vista da tremila euro al mese diventa un vero e proprio scenario di guerra in cui non solo emergono tutte le differenze tra le due coppie, ma i loro diversi punti di vista, le distanze, ciò che di ognuno l’altro non sopporta, tutto quel groviglio del non-detto che fino a quel momento soggiaceva sul fondo della coscienza. Col risultato che all’indomani della battaglia, alle prime luci del giorno, nonostante le premesse, quella più divisa sarà proprio la coppia tenuta insieme solo dall’amore. Ma perché l’amore forse non basta?

INCENZO BOCCIARELLI IN “PAPÀ, SEI DI TROPPO”

E se tutti gli anziani improvvisamente sparissero dalle nostre vite? Nonni, padri: in un istante la fine dei ricordi, di quei racconti che compongono la memoria storica della nostra esistenza. Tracce e volti smarriti, insieme alla nostra identità. Non c’è futuro senza passato e l’autore Yannis Hott lo ribadisce in uno dei suoi testi  “Papà, sei di troppo”, portato in scena al Teatro Tordinona di Roma (via Degli Acquasparta 16) fino al 20 novembre,  da Vincenzo Bocciarelli e Mario Mattia Giorgetti.  L’opera di Hott, promossa dalla Fondazione Teatro Italiano Carlo Terron in collaborazione con “Sipario”, scritta in chiave grottesco-allegorica, utilizza l’arma del sorriso per portare lo spettatore a riflettere sull’importanza di non dimenticare fatti e volti che hanno determinato cambiamenti e segnato la storia, anche la nostra,  ma soprattutto di non dimenticarne i protagonisti:  gli anziani. Proprio per questo immagina, con spirito futuristico, un pianeta senza di loro e narra aspettative e  aspirazioni di una generazione che un giorno decise di riappropriarsi del proprio diritto all’occupazione  e per farlo si convinse, tramite le affermazioni di un probabile Governo del Capitale Totale, di poter sopprimere i padri settantenni non più produttivi per guadagnarsi così un posto nel mondo del lavoro.  Il linguaggio ironico nel quale si muovono Bocciarelli e Giorgetti solleva molti interrogativi sulla nostra vita, a partire dalla nascita del Cattolicesimo, originato dagli Apostoli di Cristo, e fino appunto ad arrivare al futuro delle nuove generazioni.  I due interpreti sono di provata esperienza: Bocciarelli, apprezzato artista di un teatro raffinato e di spessore,  conosciuto anche per aver prestato il volto a numerose fiction di successo come “Orgoglio” , “Pompei”, “Il bello delle donne”, e al cinema diretto da Luca Miniero ne “La scuola più bella del mondo”, si conferma come un attore poliedrico e talentuoso e la sua consolidata collaborazione con Giorgetti, nata negli anni novanta, permette un eccellente performance, assolutamente da non perdere. Di Hott poco sappiamo, essendo un tipo un po’ schivo, vive in Italia, ben sei delle sue opere hanno partecipato recentemente al “Sipario Reading Festival”,  che gli ha dedicato una rassegna monografica curata dagli attori della Compagnia “La Contemporanea”.

IN SCENA “LE NUOVE ISOLE” DI MARCO LODOLI

Esiste una Roma che non compare in nessuna guida turistica, una città nella città fatta di inattesi frammenti di magia. Una Roma in cui la parola d’ordine è girovagare, dalla primavera all’inverno, Da Torre Maura a Casal Bertone, dal Collatino a Ponte di Nona, fin sul Raccordo. Il regista Stefano Cioffi ha selezionato i racconti di periferia per trasformare in spettacolo teatrale il libro di Marco Lodoli “Nuove Isole, guida vagabonda di Roma”. L’appuntamento è il 19 novembre, alle 21 –al Centrale Preneste Teatro.  «Ho scelto le sottili visioni nelle aree distanti dal centro, dove pochi sanno e amano estendere il proprio sguardo», spiega Cioffi, che per interpretare questa “passeggiata teatrale”, arricchita dalle musiche di Natalino Marchetti, porta in scena l’attrice Elena Radonicich, protagonista di un girovagare dalla primavera all’inverno, in attesa di scoprire le bellezze nascoste della città, che fermano il tempo e ripuliscono lo sguardo dal grigiore della quotidianità.

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