L’associazione Photolux porta a Lucca, in anteprima italiana, fino all’11 dicembre, una selezione delle numerose immagini che Vivian Maier scattò nel corso dei suoi soggiorni a Champsaur, piccola valle delle Alte Alpi francesi. Partendo dai materiali di un enorme archivio scoperto da John Maloof nel 2007, la mostra apre a una nuova lettura dell’opera della fotografa di New York (1926-2009), che permette di indagare la parte meno conosciuta della sua biografia, legata alla terra natale materna, la Francia. Vivian Maier vive con la madre a Champsaur dal 1932 al 1938 e vi tornerà negli anni Cinquanta, soggiorno durante il quale scatta le sue prime fotografie “francesi”: percorrendo la regione in bicicletta cattura l’anima delle persone che la abitano, i contadini, i bambini, gli anziani con la stessa ossessione per la documentazione e l’accumulo che caratterizza la sua successiva produzione americana e rappresenta una delle chiavi principali della sua poetica.
BOLOGNA: MORANDI “DIALOGA” CON MORLOTTI
Il Museo Morandi di Bologna prosegue il percorso di valorizzazione della propria collezione attraverso una programmazione di mostre temporanee che accostano l’attività di Giorgio Morandi all’opera di altri importanti artisti: fino all’8 gennaio si assiste a un inedito dialogo tra il maestro bolognese ed Ennio Morlotti. E’ possibile ammirare un’ampia selezione di dipinti e di pastelli dell’artista lombardo, uno dei più amati dal collezionista Giuseppe Merlini, nella esposizione dal titolo “Ennio Morlotti. Dalla collezione Merlini al Museo Morandi” Da un aneddoto riportato da Arturo Carlo Quintavalle si intuisce quanto accomuni i due artisti, almeno in una precisa fase della produzione morlottiana: al critico e storico dell’arte Morlotti confessa come Roberto Longhi, sostando davanti alcune sue opere esposte al Milione tra il ’39 e il ’40, chiedesse al gallerista Gino Ghiringhelli: “chi è questo morandiano così interessante?”. L’episodio costituisce un autorevole riferimento alla devozione di Morlotti verso il maestro bolognese, che rende ancora più interessante il dialogo inedito proposto dall’esposizione al Museo Morandi. La notevole qualità dei dipinti e dei pastelli di Morlotti in mostra consente di ripercorrere tutti i momenti salienti dell’attività dell’artista, a partire dagli esordi sulla scena milanese dei primi anni Quaranta, documentati in particolare da una rara Natura morta ascrivibile al 1942: un tempo in cui, da precoce protagonista del vivace ambiente artistico cittadino, Morlotti individua appunto in Morandi un riferimento e un modello.
MUSICA, BERGAMO RICORDA GAVAZZENI
Gianandrea Gavazzeni, musicista, direttore d’orchestra e intellettuale bergamasco il cui nome è profondamente legato al repertorio donizettiano e alla nascita della Fondazione Donizetti di Bergamo, viene quest’anno ricordato con particolare attenzione nei vent’anni dalla scomparsa. A lui è dedicata la mostra “Gavazzeni a Bergamo nel nome di Donizetti”, aperta fino all’8 gennaio presso il Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti, con l’esposizione di materiali dell’Archivio del Teatro Donizetti insieme a quelli dell’Archivio Comunale e della Biblioteca Civica Angelo Mai, realizzata con il concorso di Fondazione Bergamo nella Storia e Gamec. La mostra unisce i nomi dei due grandi musicisti bergamaschi e, a vent’anni dalla scomparsa del direttore d’orchestra, si dà conto di tutte le produzioni donizettiane da lui dirette in città: dal 1939 – quando fu programmato il balletto Il furioso all’isola di San Domingo, con musiche dello stesso Gavazzeni per un soggetto tratto dall’opera omonima di Donizetti – al 1995, con la direzione di Caterina Cornaro pochi mesi prima che il musicista morisse. Manifesti, spartiti annotati, lettere autografe, contratti, quietanze di pagamento, bozzetti, figurini, fotografie di scena consentono di ricostruire mezzo secolo di attività teatrale bergamasca.
VENEZIA: LA RINASCITA DI UN CAPOLAVORO
Le Gallerie dell’Accademia di Venezia presentano, dopo il restauro, fino al 13 gennaio, un dipinto su tavola di grande pregio artistico, risalente alla fine del Quattrocento, conservato in una collezione privata veneziana e solo di recente attribuito al pittore trevigiano Pier Maria Pennacchi. L’opera non era più stata esibita in pubblico dal 1961, quando fu esposta alla mostra mantovana dedicata ad Andrea Mantegna con l’ipotetica attribuzione a Francesco Bonsignori, pittore veronese di stretta osservanza mantegnesca. Poi ci fu una attribuzione a Girolamo Mocetto ed ora a Pier Maria Pennacchi (1464-1515), considerato uno dei migliori pittori attivi sullo scorcio del XV secolo nell’entroterra veneto ma del quale rimangono poche opere attribuite, tra cui il soffitto dipinto della chiesa di Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Murano. Per questo si è scelto di esporre accanto al dipinto in mostra a Venezia, un’altra opera firmata da Pennacchi, la Madonna col bambino tra i santi Giovanni Battista e Andrea, concessa in prestito dai Musei civici di Treviso, che offre riscontri puntuali a supporto della proposta attributiva. L’intervento conservativo, condotto da Claudia Vittori e diretto da Roberta Battaglia in qualità di funzionario dell’allora Soprintendenza speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda Lagunare, ha reso possibile la comprensione dell’assetto originario della pala, e la sua parziale restituzione: nata come grande pala a superficie unica a destinazione ecclesiastica, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono tra san Giovanni Battista, santo vescovo, santa Lucia , san Giovanni Evangelista e donatore, la tavola è stata pesantemente trasformata nel corso del Settecento probabilmente a seguito di un grave danno: sezionata in tre pannelli, rimontati a forma di trittico, è stata ricoperta da una spessa ridipintura scura intesa ad occultare le parti figurate risultate frammentarie.
ROMA: I 90 ANNI DELL’ISTAT
Si tiene fino al 7 gennaio, a Roma, al Vittoriano, la mostra “Istat. Da 90 anni connessi al Paese”. Due livelli narrativi paralleli che ripercorrono le principali tappe della storia dell’Istituto nazionale di statistica e quelle del Paese, a partire dal 1926. Apre il percorso un video che illustra la storia dei 90 anni dell’Istat: dalla prima presidenza affidata alla personalità di Corrado Gini, cui si deve il noto indice per la misura della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, fino a quella odierna di Giorgio Alleva. I visitatori possono poi seguire un itinerario (La storia dell’Istat) che presenta materiali d’archivio che illustrano non solo gli eventi salienti della vita dell’ente ma anche le innovazioni e i cambiamenti metodologici e tecnologici che nel corso del tempo hanno caratterizzato i censimenti, le rilevazioni, la raccolta, l’elaborazione, la diffusione e la comunicazione dei dati. La sezione è arricchita dall’esposizione di volumi di pregio (Atlanti e Annuari statistici). Inoltre, sono presenti rari macchinari, alcuni risalenti al periodo precedente l’informatizzazione, utilizzati per la produzione statistica tra cui comptometer, selezionatrici e perforatrici. Il secondo itinerario della mostra (Narrare il Paese) è caratterizzato da grandi pannelli con foto, video, grafici e infografiche, che sintetizzano momenti significativi degli ultimi 90 anni della storia dell’Italia attraverso la chiave di lettura di sei diverse generazioni: da quella della Ricostruzione del secondo dopoguerra alla generazione delle Reti.