Per comunicare con un figlio autistico bisogna imparare a comprenderne i messaggi. Tony Charman, docente di Psicologia clinica infantile al King’s College di Londra, lo scienziato che per primo ha proposto e sperimentato un metodo per farlo, ne parla in una intervista al Venerdì di Repubblica. Una svolta cruciale, se si pensa che fino a pochi decenni fa al genitore veniva imputata la colpa di essere all’origine di una crescita emotiva sbagliata: era la cosiddetta teoria della “madre frigorifero”, secondo cui era lei la causa del problema, una teoria che tanti danni ha fatto alle famiglie e ovviamente anche ai bambini: “L’idea è di esercitarsi, con l’aiuto di un terapeuta, a riconoscere le forme di comunicazione che i bambini usano nell’interazione con i grandi. Possono essere vocalizzazioni o altri segnali, e possono emergere, per esempio, nel gioco: il genitore deve imparare a leggerli e a capirli. Il primo cambiamento deve avvenire in lui”. Si tratta così di scoprire il “linguaggio segreto” del bambino autistico: “Dobbiamo mettere il genitore del bambino autistico sulla lunghezza d’onda del figlio, che non è quella naturale, che si trova spontaneamente quando si ha a che fare con un bambino non autistico. Per ora siamo l’unico gruppo al mondo ad aver pubblicato questa esperienza. Adesso si tratta di continuare a sperimentare”, “l’autismo è una condizione molto diffusa: le ultime stime, le più attendibili a nostra disposizione, dicono che è autistico un bambino su cento. Perciò questo deve diventare un tema pubblico: i bambini autistici devono essere identificati e seguiti, e le loro famiglie devono ricevere supporto perché sono più fragili delle altre famiglie. Ma va fatto con criteri efficaci e affidabili: è chiaro che non puoi sperimentare tutto su tutti. Quindi è importante distinguere le proposte terapeutiche valide da quelle che non lo sono, che non funzionano o sono addirittura dannose. Perché purtroppo alcune di queste oggi vengono presentate ai genitori e alla politica come efficaci, con gravi conseguenze per tutti. Ecco: da adesso non deve più succedere”. E conclude: “Dobbiamo capire l’autismo in generale: come emerge, se ci sono fattori familiari, che cosa succede nel cervello dei bambini autistici e a che punto dello sviluppo. Capisco che per un genitore queste possano sembrare questioni secondarie rispetto alla ricerca di una terapia, ma l’obiettivo generale è quello di capire l’autismo. Per questo lavoriamo su tutti i fronti, per esempio studiando i bambini molto piccoli, nei primi mesi di vita, per capire se ci siano segnali precoci che ci permettano di anticipare la diagnosi e di avviare il prima possibile una terapia”. (23 Dic – Red)