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Pd partito correntizio
come la balena bianca

it@withub.it by it@withub.it
9 Febbraio 2017
in Opinioni, Opinioni HP, Opinioni HP Interna
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Si sono sprecate le intemerate giornalistiche, e non solo, contro Renzi che aveva fatto del PD, partito di sinistra, una DC in nuova versione. In quelle tutta l’argomentazione ruotava attorno ad una assai improbabile narrazione sul tradimento di una vocazione “di sinistra” (mitica) per optare a favore di un “moderatismo” centrista. In verità il parallelo PD-DC sembra in questi giorni particolarmente azzeccato, ma non per quelle ragioni intrise delle mitologie post-sessantottine, ma per come è ridotto il partito nato dalla fusione fredda fra superstiti della classe dirigente del vecchio PCI e formazioni nate dalla diaspora dei gruppi dirigenti di formazioni politiche che non si riconoscevano nell’egemonia del partito post-berlingueriano.
L’attuale PD ha oggi ereditato dalla cosiddetta “balena bianca” la natura di partito correntizio, tenuto insieme, non si sa fino a quando, dalle opportunità di governo, ma percorso da lotte intestine senza fine fra capi e capetti, ciascuno con la sua corte di seguaci, pochissimi (a essere ottimisti) con una reale proposta politica capace di confrontarsi con i molti problemi in campo.
Rileggendo in questi giorni il bel libro di Guido Formigoni su Aldo Moro (Il Mulino, 2016) impressiona notare la sorda lotta di potere che percorse il partito più importante della prima repubblica trascinandolo in un gorgo di scontri personalistici e correntizi che, sia pure con un percorso lunghissimo, finirono per distruggerlo. Certo allora alcuni esponenti di quello scontro di potere avevano una statura notevole (Moro, Fanfani), altri comunque rilevante, ma, va ricordato, non proprio tutti quelli che anche allora tramavano o comunque lavoravano per impedire che si trovasse un equilibrio politico erano personaggi definibili come di prima grandezza. Il centro-sinistra, l’esperimento più coraggioso che la politica italiana cercò di esperire per rispondere al problema della modernizzazione del paese in un contesto mondiale che stava mutando, venne bloccato e poi svuotato dalle lotte intestine dei signori delle correnti del partito democristiano: alcuni cercavano leadership in positivo, ma molti di più semplicemente approfittavano degli scontri per raggiungere obiettivi assai limitati di conservazione di posizioni personali. Certo ciascuno di loro aveva i suoi “mondi” di riferimento, riteneva di rappresentare istanze storiche fondamentali (difesa contro il comunismo, mantenimento dei costumi, tutela di equilibri corporativi, ecc.), ma in realtà finiva solo per impedire che il paese trovasse modo di governare un mutamento sociale e di misurarsi in maniera adeguata con una storia che stava cambiando.
Certo che la DC non fu sola nel cadere in questo gorgo. Una buona dose di massimalismo socialista fu un alleato esterno prezioso per offrire coperture alle lotte interne a quel partito, così come lo furono gli interessi dei partiti minori della coalizione di cui il partito cattolico era perno. Anche i comunisti diedero il loro contributo a sfuggire ad una comprensione approfondita della contingenza con cui si misurava allora il nostro paese.
Naturalmente gli storici debbono sempre stare attenti a non farsi prendere dalla mania delle analogie, che se applicate meccanicamente sono fuorvianti. Tuttavia una qualche riflessione sulla lotta di fazioni che sta interessando quello che al momento rimane il partito perno del nostro sistema politico attuale va fatta. Ciò che colpisce è l’ossessione che sembra dominare in una parte di queste contrapposizioni, mentre al contempo si vedono tatticismi e piccole furberie che si insinuano negli spazi che queste aprono. Il risultato è il dominio di una politica che è sempre più autoreferenziale rispetto ai suoi obiettivi interni (elezioni prima o dopo, coalizioni o liste, congressi o primarie, e roba simile). Lo spazio che questa lascia alle pulsioni antisistema è molto ampio, perché oggi, per insistere ancora un poco sulle analogie, a tenere insieme gli aggregati elettorali non ci sono più gli aiuti di elementi esterni quali potevano essere un tempo le contiguità socio-religiose, le tradizioni di classe, qualche antica radice di appartenenza a gruppi sociali specifici.
Sembra di vedere rinascere in questo contesto l’antica vocazione italiana a rispondere ai mutamenti sociali con l’immobilismo, cioè con la solita logica del lasciar passare la nottata. Un governo c’è, abbiamo perfino un presidente del consiglio ben educato, cosa andiamo cercando?
Si dovrebbe rispondere che andiamo cercando le ragioni di una convivenza resa complicata dal mondo che ci circonda e che dunque c’è necessità di ritrovare un orizzonte per questo paese, prima che esso diventi l’utopia del ritorno al cosiddetto sovranismo o quella del ritorno al mondo mitico dell’innocenza politica perduta. Non è un lavoro che possa essere delegato alla sola classe politica, anche se fosse complessivamente migliore di quella che oggi tiene la scena, perché essa è comunque un pezzo del sistema e se questo non funziona, se non riesce a produrre una cultura della comunità e almeno un tentativo di lettura della storia in cui siamo immersi sarebbe pretendere troppo, così come immaginarsi che il deficit possa essere colmato da non si sa quale profeta o redentore.

(da mentepolitica.it )

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