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Un ragazzino, la musica e Rita Pavone: “Come me non c’è nessuno”

it@withub.it by it@withub.it
10 Marzo 2017
in Archivio speciali - Libri, Pubblicazione
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Sono i Favolosi Anni Sessanta quando nell’infanzia dorata e triste di Anton, figlio di genitori distratti dalla mondanità, esplode la voce di Rita Pavone con Amore twist, canzone che ascolta per la prima volta grazie al disco che gli regala l’amata zia, e che da quel momento diventa la colonna sonora della sua vita.  Da questo incontro musicale nasce la trama di Come me non c’è nessuno, romanzo d’esordio di Anton Emilio Krogh, avvocato di successo e animatore della mondanità partenopea e non solo. Il romanzo inizia con un viaggio, quello di Anton e Rita Pavone verso gli Stati Uniti. Anton le ripercorre la storia del loro primo incontro: un ragazzino biondo che un giorno si siede su un divano della hall di un albergo, e aspetta ore e ore, nella speranza di incontrare il suo mito, Rita Pavone. Anton fino a quel momento era un ragazzino triste, solitario e silenzioso. Unica cura alla sua disperata solitudine è la musica. E’ la Voce dirompente di Rita Pavone che lo salva da un profondo senso di abbandono e inadeguatezza. L’amicizia tra un giovane sognatore e un’artista aperta al mondo e alla vita, dalla ferma volontà di andare oltre le convenzioni, con tenacia e incoscienza scompigliano le trame del destino. Come me non c’è nessuno è un romanzo autobiografico e di formazione. Il protagonista grazie alla musica e all’ incontro con il suo mito imprime una svolta alla sua vita. Riesce a fare pace con il mondo, a farsi accettare per quello che è, e a diventare un affermato professionista. Senza però rinunciare alla vita, alle serate e soprattutto alla musica.  Anton Emilio Krogh è nato per sbaglio a Padova, ma in sé contiene tutta la gioia drammatica del Sud al quale appartiene senza riserve. Da piccolo voleva fare il giornalista ma, visto che ora è un avvocato, nella realtà ha deciso di non diventare mai grande. La sua vita si divide fra il rigore della professione e la briosità dei fine settimana, di tanto in tanto organizza delle feste memorabili alle quali invita un migliaio di amici che accorrono da tutto il mondo.

 

“CORPO ESTRANEO”, UN 8 MARZO NON SOLO ROSA

C’è un otto marzo in bianco e nero, pieno di pioggia e di mimose in “Corpo estraneo” di Annarosa Macrì (Rubbettino, 2017), che segna una svolta nella vita di Bianca, la protagonista della storia. È nel giorno della festa delle donne che lei ricomincia da sola il suo cammino di donna che sola, in fondo, è sempre stata, un “corpo estraneo” che, come una matrioska, contiene dentro di sé altri mille “corpi estranei”, nel matrimonio, nella malattia, nella maternità, nel lavoro. Ma c’è una via d’uscita. “Tutto quello che mi fa soffrire, io lo partorirò”, dice Karoline von Günderrode, una delle poetesse più amate da Bianca, che fa la giornalista e sa che “partorire” vuol dire “scrivere”. Così Bianca ripercorre, scrivendola, la sua vita di donna a cavallo di due secoli e di due mondi, a partire da un Sud estremo, colto nel momento in cui si fa lambire dal boom economico, che è poi soprattutto boom edilizio, e un Nord investito, siamo in pieno Sessantotto, dalla illusione di una rivoluzione possibile, fino ad arrivare al crollo del secolo breve e del sogno di una possibile felicità, individuale e sociale. Bianca racconta la sua storia attraverso le storie e gli incontri con tante altre donne, che la sollecitano e la interrogano (ogni capitolo ha il nome di una donna), e che rappresentano l’eterna rete femminile di complicità e sinergia che ha sempre caratterizzato il mondo delle donne, che, tra la seconda metà del Novecento e il nostro secolo, ha conosciuto la più profonda rivoluzione culturale della sua storia. Un libro femminista, allora? “No, non sono stata mai femminista – dice Annarosa Macrì – anzi alcune conquiste delle donne nel campo della politica e dell’imprenditoria mi inquietano profondamente, perché, nonostante le belle parole e le buone intenzioni, le donne non hanno saputo costruire un modello di gestione del potere diverso da quello maschile. Forse era impossibile, non lo so. Il mio comunque, è un libro molto femminile e molto contemporaneo, nel quale molte donne potranno leggersi e riconoscersi. Annarosa Macrì, giornalista e scrittrice, ha lavorato in Rai nella redazione calabrese e accanto a Enzo Biagi in molti dei suoi programmi. Ha pubblicato A Berlino un bouganville (1988), Il mercante di storie (2009), Alì voleva volare (2010) e, per Rubbettino, L’ultima lezione di Enzo Biagi (2008) e Da che parte sta il mare (2013, premio Moncalieri per la narrativa).

 

“NOI ABBIAMO IL PENSIERO DI CRISTO” PER EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA

Esce postumo, “Noi abbiamo il pensiero di Cristo” del presbitero e docente vicentino don Giovanni Moletta (1940-2006), pubblicato per le Edizioni Messaggero Padova. Il commento di Giovanni Moletta alla “Prima lettera ai Corinzi” di san Paolo, pur tenendo costantemente d’occhio il testo originario, è capace di mettere in rilievo gli snodi di molti problemi concreti di allora che possono gettare luce sui problemi ecclesiali di oggi. Era dunque una rilettura secondo un’ottica attualizzante il compito che l’autore si era prefissato. Il testo di Moletta conduce i suoi interlocutori in una riflessione di ampio respiro, dai molteplici risvolti teologici e antropologici, scandendo la sua riflessione in sintonia con le tematiche che la lettera presenta via via. Non un saggio di dotta esegesi, ma una testimonianza di incontro fecondo tra parola di Dio e la vita, tra lo strutturarsi di una comunità cristiana nei primi tempi del cristianesimo e le sfide dell’odierna chiesa chiamata a vivere l’uscita evangelica, secondo l’insistente richiamo di papa Francesco. Giovanni Moletta, presbitero della diocesi di Vicenza, fu insegnante di filosofia e di teologia, brillante conferenziere, oltre che guida in cammini biblici e spirituali. Di don Giovanni le Edizioni Messaggero Padova hanno già pubblicato Il dono della libertà (2014) e Gesù, il vivente, cammina con noi (2012).

 

 

LE “STORIE DI PARIGI” DI FRANCO RICCIARDIELLO

Ispirato dai numi tutelari della flânerie ovvero Charles Baudelaire e Walter Benjamin, Franco Ricciardiello stila un completo diario di una settimana a zonzo per Parigi. Partendo dal XX Arrondissement (Ménilmontant) ed arrivando fino al I (Louvre), il lettore potrà approfondire tutte le curiosità di questi luoghi carichi di cultura. Erudito conoscitore di cinema, musica, storia e letteratura, l’autore collega la cultura francese ai luoghi della Ville Lumière creando approfondimenti gustosi adatti per ogni visitatore, anche il più ferrato. E se la guida “Storie di Parigi” di Franco Ricciardello è utile solo in parte per trovare la migliore boulangerie del XX Arrondissement, si potrà scegliere quella in cui si recava Serge Gainsbourg.  Chi visita il celeberrimo Café de Flore, luogo simbolo dell’esistenzialismo, deve anche sapere che fu teatro dell’incontro tra Jean d’Halluin editore di Tropico del Cancro e Boris Vian nel 1946. Da quell’incontro nacque Sputerò sulle vostre tombe: un supplemento di successo e di scandalo per il brillante e spregiudicato editore. A proposito di tombe: tra le storie più gustose ci sono quelle della Parigi sotterranea. Il 2 Aprile 1897  alla “rotonda delle tibie” meglio conosciuta come “Cripta della passione” si tenne un concerto clandestino ancora oggi commemorato da un’incisione. I brani suonati? La Marcia funebre di Chopin e la Danza macabra di Saint Saens, ovviamente. Ricciardiello utilizza i luoghi come macchine del tempo, così la descrizione dei pressi della Sorbona è utile per tornare all’epoca in cui i surrealisti aiutarono Buñuel con la promozione di Un chien andalou (1929).

Al cinema Studio des Ursulines assistettero alla prima Picasso, le Corbusier e Cocteau! Ma molte cose sono ben più che immaginabili, come le poco conosciute statue della libertà di Frédeéric Bartholdi, autore di quella a Liberty Island: la prima è il calco originale alto 2,86 metri conservato al Musée des Arts et Metiers (citato anche da Umberto Eco ne Il pendolo di Foucault); la seconda è uno studio in bronzo inaugurato nel 1900 nei Jardins du Luxembourg; la terza, alta 11,5 metri, e questa dell’Ile aux Cygnes, che si vede nel film di Roman Polansky Frantic. E se in Rue Bleue l’autore ricorda Momo di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (2001) di Eric-Emmanuel Schmitt, la stazione di Saint Lazare e Parc Monceau evocano con forza  Raymond Quenau e i suoi Esercizi di Stile. Il IX è l’arrondissement di Marcel Proust, mentre l’attento lettore seguirà Ricciardiello giù per via Chemin Verte fino al 132 di boulevard Richard-Lenoir dove Simenon colloca della casa di Louise e Jules Maigret. Il civico è svelato in un unico libro… Non mancano gli accenni alla Parigi di Pennac e della saga Malaussène e a quella di Cortázar ben descritta in appendice de Rayuela… E se l’autore non si scorda di seguire la carrozza di Robespierre in via St. Honoré, sarà ancora più emozionante immaginare l’enorme barricata che sorgeva dove rue du Temple sfocia in place de la Republique descritta da Victor Hugo nel suo monumentale Les misérables.

 

CLAUDIO FASOLI RACCONTA IL SUO JAZZ

Un artista apprezzato in tutto il mondo che ha fatto del jazz uno stile di vita si racconta in un libro avvincente, ricco di testimonianze e curiosità. E’ appena stato pubblicato dalle edizioni Agenzia X, “Inner Sounds – Nell’orbita del jazz e della musica libera”, il lavoro di Claudio Fasoli curato da Francesco Martinelli e Marc Tibaldi. Claudio Fasoli, sassofonista, compositore, docente e membro del Perigeo, uno dei più celebri gruppi di sperimentazione jazz-rock, ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini. Docente storico dei seminari internazionali di Siena Jazz, insegna anche alla Civica scuola di jazz di Milano. Inner sounds è anche il titolo del suo cd più recente, uscito in contemporanea a questo libro. E non poteva che essere Siena Jazz una delle sedi scelte dall’autore per tenere a battesimo il suo lavoro editoriale: Claudio Fasoli ha seguito sin dalle origini la costruzione di questa istituzione condividendo il sogno del suo presidente Franco Caroni. “Claudio – commenta Caroni – è stato uno dei quattro o cinque jazzisti che mi hanno fatto scoprire i lati più coinvolgenti del jazz. Ricordo le nostre passeggiate notturne nel centro di Siena a parlare di improvvisazione, ricerca, musica. Era il 1977 quando accettò di far parte del primo concerto-incontro dell’allora neonata associazione Siena Jazz, nessuno di noi immaginava cosa questa istituzione sarebbe poi diventata. Claudio è per me un vero maestro di vita, un modello, fonte inesauribile di ispirazione”.

 

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