“COME MI SENTI”, RACCONTO DI UNA LOTTA CONTRO MALATTIA
“Sono pronta alla tempesta? Non ho idea di cosa mi accadrà una volta entrata in quella stanza. E continuo a ripetere tra me la stessa domanda: sono pronta alla tempesta?”. “Come mi senti” di Stefania Spadoni (Gallucci) affronta il tema della malattia che ha colpito la giovanissima autrice e fotografa, un raro linfoma di Hodgkin chemioresistente. Il progetto è articolato in 2 grandi capitoli. Nel primo 30 racconti autobiografici accompagnati da altrettanti ritratti. Nel secondo, un unico racconto finale che parla del trapianto di midollo da donatore, che ha portato l’autrice alla guarigione dopo 3 anni di lotta, espresso visivamente da una serie di autoritratti. “Nei 30 racconti – dice l’autrice – parlo del mio percorso medico e personale dalla diagnosi del Linfoma nel novembre 2013 fino al compimento dei miei 30 anni nel novembre del 2015. Sono 30 racconti che hanno vita propria, e lo stesso vale per le fotografie che li accompagnano. Al centro, il soggetto fotografato a cui viene posta la domanda ‘Come mi senti?’. Gli autoritratti, invece, spaziano da prima della diagnosi fino ad oggi e rappresentano una sorta di conclusione del libro in cui espongo le mie inquietudini più profonde e parlo in prima persona, attraverso le mie foto, di come mi sento”. Il coinvolgimento emotivo avviene su due livelli: quello della scrittura con racconti brevi, di veloce lettura e che possono essere letti senza un filo cronologico, e quello della fotografia. È un libro che racconta di paure, gioie, speranza, sofferenza e amore con un linguaggio letterario e visivo che arriva dritto allo stomaco e coinvolge. Un libro dedicato non solo agli appassionati di fotografia. Chi ha vissuto sulla sua pelle la malattia, chi è stato accanto a una persona malata, chi semplicemente si sente coinvolto da questo tema sociale così sentito troverà nel libro uno stimolo, un confronto e una speranza. Stefania Spadoni è nata il 9 novembre 1985 ad Asti e si è diplomata all’Accademia Pier Lombardo del Teatro Franco Parenti di Milano. La passione per la fotografia è diventata sempre più grande proprio durante gli studi artistici in Accademia. Dopo aver imparato a fotografare come autodidatta, ha cominciato a collaborare con alcuni studi, approfondendo le competenze tecniche e lavorando su progetti di still life e reportage. La ricerca di nuovi spunti soprattutto attraverso la sperimentazione dell’autoritratto, ha segnato sempre più il suo percorso stilistico, portandola a concentrare l’attenzione sulle persone e sulle loro esistenze. Dopo aver collaborato con alcuni artisti documentandone i lavori, nel 2015 ha deciso di intraprendere il suo primo progetto personale, “Come mi senti”.
OSCAR IARUSSI CI PORTA NEI LUOGHI DEL CINEMA
Il Paese del neorealismo con i suoi attori “presi dalla strada” è anche un set favolistico per le produzioni hollywoodiane, da Guerra e Pace girato in Piemonte alla Passione di Cristo in Basilicata, all’Inferno nella Firenze dei nostri giorni. Trame, luoghi, volti e avventure produttive con cui il nostro cinema ha continuato a ispirare generazioni di cineasti. L’Italia oggi ha ripreso a vincere premi e a far parlare nel mondo della sua Grande Bellezza. Una bellezza sfaccettata e contraddittoria, mai convenzionale, che vibra nel racconto di dieci “città del cinema”: Torino col suo Museo, Milano borghesissima e proletaria sullo schermo, Venezia decadente e festivaliera, Bologna e la sua Cineteca, Firenze con vista sulla storia, Roma eterno caos calmo, Napoli da Totò a Gomorra, Palermo gattopardesca e “paradisiaca”, Bari capitale di Lamerica e Matera della cultura europea nel 2019. Ce le racconta Oscar Iarussi in “Andare per i luoghi del cinema” (Il Mulino). L’autore, giornalista e saggista, è responsabile Cultura e Spettacoli della Gazzetta del Mezzogiorno. Critico cinematografico, fa parte del Comitato esperti della Mostra di Venezia; ha presieduto la Apulia Film Commission e ideato la rassegna “Frontiere. La prima volta” (catalogo Laterza, 2011). Tra i suoi libri: “L’infanzia e il sogno. Il cinema di Fellini” (Ente dello Spettacolo, 2009), “Ciak si Puglia. Cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza – Edizioni della Libreria, 2012), “Visioni americane. Il cinema ‘on the road’ da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2012); per il Mulino “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (2011).
ASSIRIA, PREISTORIA IMPERIALISMO SECONDO LIVERANI
L’imperialismo è la tendenza al dominio con sfruttamento e ogni civiltà che si vuole costituire in impero ha bisogno di dotarsi di una propria ideologia. Pensavamo fosse un fenomeno della modernità, portato della concentrazione economica e finanziaria, dei monopoli e delle multinazionali. Invece è una storia che comincia nell’antica Assiria. Questo il tema del saggio di Mario Liverani, “Assiria. La preistoria dell’imperialismo”, pubblicato da Laterza. Un impero è una formazione politico-territoriale che si assegna lo scopo di allargare incessantemente la propria frontiera, di assoggettare (per conquista diretta o per controllo indiretto) il resto del mondo, fino a far coincidere la propria estensione con quella dell’ecumene tutto. La sua “missione” è un progetto ideale che si fonda su una teoria politica (quando non teologica) e si articola in principi ideali. Questi variano nel tempo, oscillando soprattutto tra il fondamento religioso e quello civile. Mario Liverani, uno dei maggiori studiosi del Vicino Oriente antico, rivoluziona la storia dell’antica Assiria, mostrando come qui siano emersi per la prima volta alcuni dei tratti caratteristici comuni a tutti gli imperi comparsi nella storia del mondo. Da Roma a Bisanzio, dall’impero britannico all’egemonia Usa: il dominio con ogni mezzo disponibile per ricavarne vantaggi, la colpevolizzazione del nemico, l’attribuzione di una valenza universale alla propria missione hanno sempre accompagnato la vita di ogni impero.
VINCENZO CERRACCHIO, “UNO SPARO NEL BUIO”
“Uno sparo nel buio” di Vincenzo Cerracchio (Fazi editore) è ambientato a Roma nel 1922. Presso la Corte d’Assise si svolge il processo per l’omicidio di Bice Simonetti, il cui cadavere è stato ritrovato la mattina del 4 gennaio 1918 sul Lungotevere Marzio. L’imputato, Ignazio Mesones, figlio di un diplomatico peruviano e marito della vittima, è accusato di aver ucciso la donna con un colpo di pistola alla tempia con l’intento di simularne il suicidio. Il caso sembra piuttosto semplice da risolvere, se non fosse per l’ipotesi, sempre più plausibile, di un eclatante scambio di persona per le evidenti condizioni fisiche dell’imputato: l’uomo, da anni, è completamente cieco. Testimonianze infervorate e perizie controverse smuovono le acque di un’indagine la cui soluzione appare sempre più difficile, ostacolata da deposizioni contraddittorie, minacce recapitate per mezzo di sgrammaticate lettere anonime, traffici di droga sotterranei e la comparsa di strane figure sulla scena. L’esito del processo si sposta presto sui giornali, dove gli articoli di cronaca si fondono sapientemente con i pareri personali degli autori dei vari pezzi, che condannano o assolvono imputati e testimoni prima ancora che la giustizia abbia fatto il suo corso. Sullo sfondo c’è l’Italia del primo dopoguerra, l’Italia dei governi deboli e dell’incertezza politica, dei duelli d’onore e dei violenti scontri di piazza, della lotta all’analfabetismo e dei primi passi verso l’emancipazione femminile. Basandosi su una storia vera, l’autore – giornalista professionista, cronista di nera e inviato di sport del Tempo e del Messaggero – ci regala un giallo sottile e suggestivo, avvolgendolo con maestria e romanticismo nell’atmosfera nostalgica dei profumi, dei colori e dei sapori della Roma degli anni Venti.
RITRATTO DI MARIA TERESA D’AUSTRIA
Con la sua personalità straordinaria, empirica, pratica e buona, ha realizzato il massimo che ci si potesse aspettare dovunque, in qualunque epoca, da qualunque governo… e molto più di quanto realizzino tanti governi. Ha tenuto unita la sua società, ne ha incoraggiato i talenti individuali e l’ha lasciata migliore. Maria Teresa (1717-80) è la sovrana che segna una tappa di capitale importanza nella storia della casa d’Asburgo, dei suoi compositi domini e dell’Europa in generale, ma campeggia anche, come donna, in tutte le luci e le ombre della sua umanità ‘privata’. In “Vita di un’Imperatrice” (edito in Italia da Mursia) Edward Crankshaw delinea un ritratto del personaggio e, insieme, dell’epoca: quest’ultima esaminata sotto tutti gli aspetti, dalle questioni politiche a quelle economiche, alle condizioni sociali, alla cultura, alle riforme. In questa biografia Maria Teresa d’Austria, per la prima volta, viene raccontata in tutta la sua multiforme personalità: sovrana cattolica e non certo progressista, eppure decisa a tutelare gli interessi dello Stato e a limitare i privilegi ecclesiastici. Il suo regno durò quarant’anni durante i quali fece importanti riforme: introdusse l’istruzione primaria obbligatoria finanziandola con i beni sequestrati alla Compagnia di Gesù, riorganizzò l’amministrazione statale, promosse l’istituzione del catasto e fece di Vienna la capitale culturale d’Europa. Edward Crankshaw (1909-1984) è stato per oltre vent’anni un esperto di questioni sovietiche per il londinese The Observer e per altri importanti giornali e riviste europei. Si è poi dedicato alle ricerche storiche pubblicando numerosi saggi sulle dinastie europee.