“Stavamo facendo addestramento in mare. Vicino a noi a un miglio e mezzo c’era la nave della C-Star (l’imbarcazione antimigranti di Defend Europe, ndr). A un certo punto abbiamo visto che a loro si avvicinava una pattuglia della guardia costiera di Tripoli. I libici sono stati qualche minuto dalla CStar e poi si sono diretti verso di noi. Hanno iniziato a chiederci se avevamo l’autorizzazione a rimanere nella zona; noi abbiamo detto che non siamo obbligati. Loro ci hanno risposto che invece sì, che loro sono l’autorità e perciò dovevamo avere un’autorizzazione del governo libico. Hanno iniziato a minacciarci che dovevamo seguirli a Tripoli, sennò ci avrebbero sparato. Noi abbiamo iniziato a dire che ci mettevamo in contatto con la guardia costiera italiana, visto che noi siamo coordinati da Roma. I libici ci hanno detto che a loro non interessava ciò che dicevamo e chi stavamo chiamando”. Così, in una intervista a La Stampa, Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni in mare della Ong spagnola Proactiva Open Arms che a Ferragosto, a 27 miglia al largo della Libia, ha condotto la trattativa tra la nave “Golfo azzurro” della Ong – unica a non avere sospeso le operazioni di soccorso in mare – e l’equipaggio di una motovedetta della Guardia costiera libica. Ed aggiunge: “E’ durato tutto un paio di ore da quando ci hanno detto di fare rotta verso Sud, verso Tripoli, fino a quando invece ci hanno obbligato ad andare a Nord”, “tutti i loro messaggi erano conditi dalla minaccia che ci avrebbero sparato. Iniziarono a dirci che volevano salire a bordo e di preparare la scaletta. Abbiamo risposto che non potevano salire a bordo e che stavano facendo qualcosa di illegale, ripetendo questo messaggio diverse volte e aggiungendo che eravamo nella legalità, eravamo coordinati e stavamo informando la guardia costiera italiana e l’operazione Sophia di Eunavformed. Quando abbiamo dovuto seguirli, eravamo abbastanza lenti e loro ci minacciavano di spararci se non avessimo accelerato. Abbiamo risposto che stavamo chiamando la Nato per chiedere protezione. A questo punto ci sono stati dieci minuti di silenzio radio, poi ci hanno richiamato minacciandoci che dovevamo dirigerci a Nord e non tornare mai più, e se ci avessero visto tornare ci avrebbero sparato e ammazzato”.
“Ci hanno seguito per 20 minuti e poi ci hanno lasciati andare. Dietro di loro c’era la nave della C-Star che ci ha seguito ancora per un bel po’. Io credo che la C-Star sia coinvolta perché a loro non è stato chiesto assolutamente niente, non hanno avuto nessun problema; appena abbiamo fatto rotta a Nord, la C-Star ci ha contattato via radio ma con loro non abbiamo parlato. C’è qualcosa di molto machiavellico in tutto questo. Quello della guardia costiera di Tripoli è stato un atto di pirateria, se così si può chiamare, un sequestro in tutta regola perché abbiamo potuto fare solo ciò che dicevano, cioè seguirli sotto minaccia delle armi”. E conclude: “Noi continuiamo le nostre operazioni. Saremo più attenti, prenderemo precauzioni, ma non ci ritiriamo per il momento dalla zona dei salvataggi”. (17 ago – red)