Secondo Nino Di Matteo, il pm antimafia per anni a Palermo e adesso alla procura nazionale Antimafia, la riforma delle intercettazioni “rischia di far perdere importanti elementi di prova e di compromettere anche il diritto alla difesa”. Intervistato da Repubblica, il magistrato sostiene che “nel tentativo di privilegiare il diritto alla riservatezza”, la nuova normativa “rischia di compromettere valori in gioco altrettanto, se non più importanti. Mi riferisco non solo al diritto all’informazione, ma ancora più concretamente alle esigenze investigative da una parte, e alla concreta e immediata efficacia del diritto di difesa dall’altra”. “Ritengo che la riforma possa comportare un depotenziamento investigativo notevole con la dispersione definitiva di elementi di prova, anche decisivi. È stata vietata la trascrizione, anche sommaria, delle conversazioni che nell’immediatezza dell’ascolto appaiono irrilevanti. È una norma che non tiene in nessun conto un dato di esperienza assolutamente comune per tutti gli operatori del diritto, la rilevanza di una conversazione, sia in senso accusatorio che difensivo, può manifestarsi anche a distanza di molto tempo dalla registrazione”. “Potrei fare decine di esempi noti. Ne faccio uno solo: a Palermo, nel processo per l’omicidio dell’avvocato Fragalà, ucciso a colpi di bastone dai suoi aggressori, gli inquirenti a distanza di molti mesi dal delitto, monitorarono tutte le conversazioni che, in altre indagini e da forze di polizia diverse, erano state registrate il giorno dell’aggressione. Da una di queste, apparentemente del tutto irrilevante in quel momento, venne fuori il riferimento a un soggetto che doveva consegnare a un altro ‘un coso di legno’. Quella intercettazione venne considerata decisiva per individuare gli autori dell’omicidio”. (3 nov – red)