«Fare un concept album è anacronistico. Sono consapevole di come viene ascoltata la musica oggi, con una certa velocità». Ancora più rischioso deve essere la sua trasposizione cinematografica, in un’operazione che – con le dovute proporzioni – riporta a capolavori come “The Wall” e “Tommy”. Perché “Made in Italy”, l’ultimo album di Luciano Ligabue, è ora anche un film, che oggi debutterà nelle sale italiane. Terzo lavoro in pellicola del rocker di Correggio, si tratta del suo ritorno dietro alla macchina da presa dopo oltre 15 anni (“Da zero a dieci” è datato 2002) e venti dall’uscita del suo debutto da regista con “Radiofreccia”. Come già accaduto nelle due precedenti prove fuori dal proprio habitat naturale, quello sonoro, Ligabue (anche sceneggiatore e autore delle musiche) parte da ciò che conosce, dal microcosmo della provincia emiliana, per provare a raccontare il Paese. O meglio, per descrivere l’esistenza di chi vive in Italia in questo momento e non ha l’opportunità di far conoscere le proprie difficoltà. Il protagonista è Riko, interpretato da Stefano Accorsi, un uomo onesto che vive faccia a faccia con la precarietà e con gli spettri di un futuro che non gli sorride; ma Riko può contare sui propri amici e sull’amore della moglie Sara (Kasia Smutniak), con cui la vita sentimentale procede tra alti e bassi. Il film è stato presentato lunedì 22 gennaio in anteprima per la stampa a Roma e Milano, alla presenza di tutto il cast, dei produttori e dello stesso Ligabue, che ha approfondito i temi principali di “Made in Italy”: «Il cambiamento fa paura. Anche perché siamo propensi a pensare che non porti buone cose, specialmente se siamo ancorati a due, tre certezze- ha spiegato il cantautore nelle vesti di regista – Più che gli eventi, la nostra realtà è prodotta da come noi reagiamo a lei. Riko e Sara sono due persone che vivono in una realtà consolidata. L’inquietudine di Riko gli fa andare strette le cose e lo porta a cambiare il suo punto di vista. Il film segue questo percorso, un percorso che lo porterà a guardare da un’altra prospettiva le cose che ha avuto sempre sotto gli occhi». Nella narrazione, si fondono due piani: quello particolare e sentimentale, legato alla storia di Riko e Sara, e un altro di carattere generale e storico, con un ritratto dell’Italia contemporanea: «Vedo l’Italia in una fase di incertezza. Ma il mio amore per il Paese non viene meno nonostante la frustrazione per tutti i problemi che non vediamo risolti -ha aggiunto Ligabue – Volevo raccontare questo sentimento visto dagli occhi di qualcuno che non gode dei privilegi di cui godo io. La sua vita è normale e proprio per questo diventa straordinaria. Mi interessava narrare gli stati d’animo di un gruppo di persone per bene, e che generalmente non hanno voce in capitolo perché non sono interessanti dal punto di vista drammaturgico, perché raccontare i cattivi è sempre più cool». (Peg – foto Chico De Luigi)
