Con bisogni umanitari stimati dalle Nazioni Unite intorno ai 24 miliardi di dollari, il 2017 è stato l’ennesimo anno record per le crisi umanitarie, i cui costi sono stati coperti dalla comunità internazionale solo per il 56% – per un totale di 13 miliardi di dollari. E’ chiaramente necessario rivedere il modo di gestire la risposta alle crisi umanitarie, giungendo a quel “nuovo modo di lavorare” (New way of working) sollecitato a gran voce dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon prima e Antonio Guterres poi. In questo contesto si colloca l’accresciuto impegno della Cooperazione Italiana nella risposta alle crisi umanitarie – con un impegno accresciuto di quasi il 20% rispetto al 2016, pari a circa 120 milioni di euro. Sono sempre l’Africa (56%) ed il Medio Oriente (35%) ad assorbire la gran parte delle risorse umanitarie italiane, mentre una quota minore è stata destinata per l’Asia e l’Oceania (7%), America Latina (1%) e Europa (1%). Alle crisi umanitarie più acute è andata la quota maggiore di risorse: Siria (25 milioni di euro), Bacino del Lago Ciad (17 milioni), Libia (9 milioni), Repubblica Centrafricana (5 milioni), Yemen (5 milioni) e Iraq (4,5 milioni). Ma ciò non ha impedito di continuare a presidiare situazioni di crisi cronica (Etiopia, Somalia, Afghanistan, Sudan, Sud Sudan, Palestina) o di dedicare risorse ai paesi legati al fenomeno migratorio (Senegal, Gambia, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Mali, Sierra Leone – 3,75 milioni di euro) e alle “crisi dimenticate” dei Saharawi, dei Rohingya, della Repubblica Democratica del Congo e dell’Ucraina.
(Sis)