Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo si conta almeno mezzo milione di persone colpite da infezioni resistenti agli antibiotici. Ma la stima è molto inferiore ai dati reali: ad oggi infatti sono disponibili solo i dati relativi a 22 Paesi e nel computo non rientrano i casi di resistenza a infezione da tubercolosi. “Si tratta di un dato previsto ma soprattutto largamente sottodimensionato, sia perché non ci sono gli Usa, la Cina, l’India, tutta l’America Latina e in tutta Europa c’è solo la Germania, sia all’interno dei singoli Paesi considerati nello studio”: a spiegarlo in un’intervista a 9colonne è il professor Massimo Galli, presidente della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit). “E’ una segnalazione – aggiunge – che l’Oms si è premurata di fare per mettere l’accento su un’emergenza importante, ingravescente, di cui bisognerebbe riuscire a sapere di più ma quello che già sappiamo è più che sufficiente per allarmarsi”. E per il nostro Paese i dati non sono certo confortanti: “Se ci basiamo sulle percentuali di resistenze rilevate nel passato più o meno recente su vari ceppi di diverse specie batteriche, siamo più o meno un fanalino di coda in Europa, nel senso che abbiamo dei tassi di resistenza decisamente peggiori per molti germi rispetto ai Paesi dell’Europa transalpina. E dobbiamo prendere in considerazione il fatto che nell’ultimo periodo storico ci sono state nuove emergenze e nuove resistenze, emerse in giro per l’Europa e per il mondo”. Che fare, in particolare in Italia? “Esiste un piano nazionale di intervento per il contenimento della resistenza antimicrobica – spiega il professor Galli – varato dal ministero della Salute lo scorso anno e approvato dalla Conferenza Stato-Regioni: la cosa che ci si può augurare è che questo piano venga applicato e presto. La nostra è una sanità regionalizzata e se le Regioni non si muovono, se i flussi informativi non vengono seguiti in maniera valida ci potremmo trovare in una situazione sempre più grave”. Il presidente della Simit elenca poi alcune tra le principali criticità: “Siamo in un mondo in continua evoluzione, in cui noi siamo i fattori evolutivi in negativo se usiamo gli antibiotici male. Il loro utilizzo cattivo fuori e dentro l’ospedale c’è stato e continua a esserci, non staremmo messi così se non avessimo esagerato in negativo” spiega il professor Galli, aggiungendo che oltre a questo va ricordato come “oltre il 70% degli antibiotici usati in questo Paese sia destinato agli animali, c’è un grosso problema di inquinamento ambientale di antibiotici che derivano non solo dagli scarichi umani ma anche da quelli degli allevamenti”. “C’è un problema di selezione di germi che avviene anche all’interno degli allevamenti, che sono in grado di infettare anche l’uomo – chiosa il presidente della Simit – Se il Leone marino della California o il gorilla dell’Uganda si ritrovano nell’intestino un germe resistente selezionato nell’uomo, forse è il caso di farsi delle domande”. (Roc – 29 gen)