Matteo Renzi si dimette. Ma contemporaneamente convoca l’assemblea del Pd “per l’inizio di una fase congressuale”. Alla fine, dopo molte ore di riflessione, l’annuncio del segretario del Partito democratico è arrivato: “È ovvio che dopo questi risultati io lasci la guida del Pd – dice Abbiamo riconosciuto con chiarezza che si tratta di una sconfitta netta, una sconfitta che ci impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd”. Renzi però guarda già avanti, e non è detto che lasci del tutto: “Ho già chiesto a Orfini di convocare l’assemblea per aprire la fase congressuale al termine della fase di insediamento del parlamento e della formazione del nuovo governo”. Quindi Renzi passa a parlare dei vincitori: “Siamo orgogliosi del lavoro strepitoso di questi anni, ma la sconfitta di ieri è chiara ed evidente. Oggi in Italia chi ha vinto politicamente le elezioni non ha i numeri per governare. Per onestà intellettuale, chi oggi ha vinto dovrebbe ammettere che l’attuale ingovernabilità nasce dal voto referendario di un anno e mezzo fa. Chi oggi ha vinto è stato vittima di se stesso e dei suoi marchingegni, di aver detto no a quella semplificazione del sistema elettorale che avrebbe permesso oggi di avere un governo per il paese”. Ma l’atteggiamento di Renzi non convince tutti all’interno del Pd: per esempio secondo Luigi Zanda, capogruppo uscente del Pd al Senato, “la decisione di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre. In un momento in cui al Pd servirebbe il massimo di quella collegialità che è l’esatto opposto dei cosiddetti caminetti, annunciare le dimissioni e insieme rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare”.
(Roc / Sis)
