“Ora spero nasca una sinistra variegata, solidale, che non sia una somma rissosa di appetiti”, “di fronte all’eclissi mondiale delle sinistre e a una globalizzazione che ha reso obsolete le politiche tradizionali della socialdemocrazia occorre muoversi nella direzione di un riformismo cosmopolita, transnazionale” ed “in un Pd diverso, potrei dare una mano anche io”. Lo afferma Achille Occhetto, 82 anni, ultimo segretario del Pci, ex leader del Pds, in una intervista al Corriere della Sera. “Uomo della Svolta, nonché conducente baffuto della ‘gioiosa macchina da guerra’ che si andò a schiantare contro l’onda azzurra berlusconiana durante le elezioni del 1994”, come lo definisce il quotidiano, commenta così la sconfitta del Partito Democratico: “Prima di tutto dobbiamo uscire dalla drammatizzazione volgare e scomposta sulla persona di Renzi. Lui ha pagato i suoi errori con le dimissioni. Non capisco perché catalizzi tutto quest’odio barbarico”, “l’ossessione per Renzi e la ripicca tutta di apparato. Non è un caso che Liberi e Uguali non abbia preso nemmeno uno dei voti in uscita dal Pd. Sono convinto che se Nicola Fratoianni con Sinistra Italiana si fosse presentato da solo avrebbe preso più del 3,3%. Ora caldeggio la nascita di un riformismo transnazionale: una sinistra variegata, solidale, che non sia una somma rissosa di appetiti. Una rete che sappia usare anche il modello organizzativo/informatico dei 5 Stelle. Serve una convenzione in cui vengano elaborati i nuovi scontri che caratterizzano le società contemporanee e che faccia emergere le nuove forze motrici del rinnovamento. Quelle sollecitate dai grandi problemi trasversali: le disuguaglianze planetarie, l’esplosione demografica da cui scaturiranno migrazioni bibliche e la cura ambientale del pianeta. In un Partito Democratico che seguisse questa strada, invece di quella fatta di sovrapposizioni di apparati e ritorni alla vecchia ditta, potrei dare una mano anche io”. Quindi sostiene che “la sinistra per sua natura non è populista. Non è portata a cercare le soluzioni tipiche di chi accarezza le esigenze della rabbia”. E infatti, fa notare, Renzi con la politica degli 80 euro, “ha perso. Ora hanno vinto i populisti leghisti e pentastellati. Vorrei vederli al governo. Sono certo che nel giro di un anno verrebbero sconfitti” e “suggerirei alla sinistra di non abbandonare più la serietà solo per ottenere i voti di una stagione”. Interrogato a ricordare il suo storico duello tv con Berlusconi il 23 marzo 1994 commenta: “Non lo considero un momento centrale e influente per il risultato delle elezioni. È proprio da quel 1994 che è cominciata questa ossessione per la comunicazione che io considero uno dei difetti della politica attuale”, “la comunicazione non può costituire la centralità dell’azione politica”. E, spiega, quando Berlusconi nel 1994 promise un milione di posti di lavoro, “io pensavo: che posso dire? Lo seguo e ne prometto un milione e mezzo? Realizzai che non avevo alcuna intenzione di fare la figura del cretino sparando cifre a caso. Meglio perdere e restare seri”. E del 20% del Pds dice: “Nel 1992 avevamo preso il 16%. Ed era da poco stata ammainata la bandiera rossa dal pennone del comunismo planetario. Nel 1994 quindi ci fu addirittura una crescita rispetto alle precedenti politiche. Dirò di più… I Progressisti presero più di 12 milioni di voti. Più di quanti ne hanno presi oggi i Cinque Stelle. In quel 1994 non passammo dalla Prima alla Seconda Repubblica, ci immergemmo nella fase populista della politica italiana. Fummo impreparati non tanto a contrastare la comunicazione berlusconiana, quanto ad affrontare la ventata populista che è ancora vivissima. Il paradosso è che il malessere causato dagli ultimi anni di austerity avrebbe dovuto esaltare un’azione di sinistra, invece si è imposto un vento populista e di destra. Sono saltati gli algoritmi della politica del passato e sono stati commessi molti errori da parte dei riformisti e della sinistra. Una vocazione alla governabilità che ha fatto smarrire la centralità delle politiche redistributive, abbandonate o opache, e una subalternità verso il neoliberismo”. (22 mar – red)

