“Da parte dello Stato c’è un’attenzione altissima. E’ evidente che il rischio c’è. Che sia aggravato per l’Italia è un discorso molto relativo. Per quanto riguarda i foreign fighters è previsto un rientro che non dovrebbe superare le 50 unità. C’è quindi una differenza rispetto agli altri paesi che hanno milioni di persone naturalizzate”. Così Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia, a Radio anch’io (Rai Radio 1) parlando del rischio terrorismo. “Gli sbarchi potrebbero essere un canale di rientro. La modalità attraverso la quale i migranti giungono nel nostro territorio per restare ma, per lo più, per muoversi verso altri paesi d’Europa è tale da non consentire una rilevazione certa del soggetto. E questo potrebbe consentire un passaggio occulto, mimetizzato, che renderebbe ancora più difficile l’individuazione dei soggetti pericolosi”.
QUESTORE DI TORINO: MINACCIA LIQUIDA E DIFFUSA – Il questore di Torino Francesco Messina, in una intervista al Corriere della Sera, commenta il caso Halili e parla di “minaccia liquida” perché “non è ben definita. È diffusa, stabile nel tempo e caratterizzata da questa liquidità, appunto. Chiunque potrebbe radicalizzarsi autonomamente” e “abbiamo assistito a una escalation della radicalizzazione, il soggetto in questione era arrivato all’ultima fase prima dell’azione. Lui non ha mai pensato di partire per andare a fare la guerra, ma aveva abbracciato l’idea di diffondere il verbo dello Stato Islamico e formava potenziali lupi solitari, tutti ragazzi fra i 20 e i 30 anni. Aveva un comportamento assolutamente pericoloso dal punto di vista delle prospettive e a un certo punto abbiamo accelerato per portare a casa il risultato”. Ci sono altri indagati oltre Halili? “No. Sappiamo chi erano le persone con le quali era entrato in contatto e ovviamente saranno fatti approfondimenti investigativi rigorosi. Abbiamo eseguito 12 perquisizioni in diverse città: Torino, Milano, Bergamo, Modena, Reggio Emilia, Napoli. Sia nel Milanese sia nel Bergamasco i suoi contatti erano soggetti a noi già noti. E’ un lavoro complesso e come sempre quando si parla di predicatori dell’odio le strade possibili sono solo due. O l’espulsione, che elimina alla radice il problema, oppure, quando questo non è possibile, si agisce con la polizia giudiziaria classica: intercettazioni, pedinamenti, appostamenti”. (red – 29 mar)