Marina Valensise, fondatrice di Vale ed ex direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, è la prima firmataria di un “appello per la cultura”, presentato ieri a Roma, per dare un seguito concreto all’iniziativa che in un mese ha raccolto più di 500 adesioni, tra cui quelle di Vera Slepoj, Raffaele La Capria, Carlo Verdone, Paolo Fresu, Luca Serianni, Quirino Principe, Paolo Portoghesi, Enrico Vanzina, Enrico Rava, Eva Cantarella, Elio Pecora, Emanuele Trevi, Paola Gribaudo, Marco Tullio Giordana, Daria Galateria, Bianca Maria Frabotta, Silvia Ronchey, Luisa Todini, Carmen Llera. “A scuola, gli allievi prendono a coltellate i professori e i loro genitori li prendono a calci. Nei musei, si oscurano i nudi di Schiele e le bambine di Balthus. Nelle università si riscrive la storia, e nei teatri si riadattano i classici ai pregiudizi contemporanei. Per le strade, il pestaggio sostituisce il confronto delle idee, mentre sul web spopolano l’insulto e la condanna preventiva. In tutto il mondo, negare la cultura genera nuova violenza, ma in Italia si aggiunge il rischio della dissoluzione civile. Urge perciò un impegno a tutto campo per puntare sulla cultura, purtroppo grande assente della campagna elettorale. Restituiamo all’Italia il suo ruolo di culla della cultura e della civiltà. Rilanceremo l’Europa guidandone la rifondazione, restituendo non solo dignità ai cittadini, ma futuro a chi sente di esserne privo” si legge nel testo dell’appello cui si può aderire tramite la mail appelloperlacultura@gmail.com. “Cultura è aver cura – prosegue l’appello -, è il motore della crescita civile, è coscienza del patrimonio inestimabile di cui siamo depositari, a cominciare dalla lingua che parliamo, dai monumenti fra i quali viviamo, dai centri storici e dal paesaggio che ci circondano. Puntare sulla cultura significa valorizzare i tesori ricevuti in dono dal passato e farli rivivere per consegnarli alle nuove generazioni, col senso pieno di comunità che accompagna chi ne è consapevole”. “Invece di affrontare con coraggio l’emergenza maleducazione, che regna indisturbata nelle scuole esclusive frequentate dai figli di industriali e di ministri, gli ultimi apostoli delle classi subalterne continuano a cincischiare con idee vecchie e polverose. E di fronte a un così alto tasso di narcisismo autoreferenziale si capisce dunque come mai sia tanto difficile riflettere, a mente libera, sull’assenza in Italia di una coscienza sociale comune, sulla difficoltà di rispettare le regole, unica garanzia di solidarietà, sulla fragilità di una tradizione democratica che assegna alla scuola la funzione rivoluzionaria di architrave di una società libera e fondata sul merito, dove le classi dirigenti si sentano legittimate perché concorrano a produrre la legittimazione democratica, anziché continuare a succhiare energie, e insistere nel contrapporre il male, soffiando sull’antagonismo tra sfruttatori e classi subalterne e perdendo di vista l’essenziale”. E Valensise oggi firma un intervento sul Messaggero in cui si affianca a quanti hanno criticato Michele Serra per avere sostenuto, nella sua “Amaca” su Repubblica, che gli episodi di bullismo degli alunni sui loro professori avvengono di più negli istituti tecnici e professionali, perché scuole delle classi subalterne e quindi frequentati da ragazzi che possono acquisire i modi violenti di genitori non istruiti. “Se questi sono i termini della polemica sul bullismo e la scuola, duole constatare la distanza siderale che ci separa dalla soluzione del problema” lamenta Valensise, mentre “urge ripensare la scuola senza pregiudizi ideologici, e garantire il rispetto delle regole e l’attenzione agli altri come principi cardinali nella formazione dei cittadini di una moderna democrazia”. (23 apr – red)
