Milano, 24 apr – Un gruppo di ricercatori del dipartimento di Scienze e politiche ambientali (ESP) dell’Università Statale di Milano ha pubblicato sulla rivista The Cryosphere uno studio sulla misura della neve in aree remote delle nostre Alpi. La ricerca si è basata su dati raccolti sia attraverso campagne di terreno che per mezzo di una stazione meteorologica automatica (AWS1 Forni) funzionante da più di un decennio sul ghiacciaio lombardo dei Forni. Il risultato principale consiste in un modello che permette di stimare la quantità di acqua che si accumula al suolo sotto forma di neve a partire dalla misura dell’altezza della neve fresca, definita come altezza della neve che cade al suolo in un giorno. L’importanza di questo modello è dovuta al fatto che è molto più facile misurare l’altezza della neve fresca che il corrispondente apporto in termini di quantità di acqua, ma è quest’ultima informazione quella importante per determinare la disponibilità di acqua derivante dalla fusione della neve: infatti un metro di neve fresca non corrisponde semplicemente ad un metro di acqua. Conoscere la quantità di acqua accumulata al suolo sotto forma di neve è fondamentale per determinare la disponibilità di acqua derivante dalla fusione della neve, informazione cruciale perché l’acqua di fusione nivale supporta molteplici usi, tra i quali non ultimi quelli agricoli ed energetici. Il problema è che le zone di alta montagna in generale, e quelle glacializzate in particolare, sono poco monitorate in quanto generalmente difficili da raggiungere. Per questo motivo serie di dati ultradecennali come quella raccolta dall’Università Statale sul Ghiacciaio dei Forni sono preziosissime. (BIG ITALY / SEGUE)