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CASA DELLE DONNE
30 ANNI DA SALVARE

it@withub.it by it@withub.it
21 Maggio 2018
in In evidenza HP, In evidenza top news
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Carmen Di Vito è una delle 17 donne che lavorano alla Casa Internazionale delle Donne (“e chi l’aveva mai visto prima un contratto vero, regolare?”) e che ora rischiano di restare a casa dopo l’ordine di sfratto dallo spazio del Complesso del Buon Pastore arrivato dal Comune di Roma dopo circa 30 anni. L’unica speranza è che vada a buon fine, oggi pomeriggio, l’incontro in extremis in Comune con l’assessore Gemma Guerrini. “Quella è praticamente casa mia – spiega a NoveColonne in Senato, in occasione della conferenza stampa sulla mobilitazione in vista dell’incontro di oggi in con l’assessore Guerrini per evitare in extremis la chiusura – Lì facciamo tutto noi, le tubature sono del 600, si sono rotte sei mesi fa e i lavori li abbiamo fatti noi a spese nostre; per la cura delle palme in giardino, che sono del Comune, ci hanno chiesto 3mila euro ma è una cosa che facciamo noi. Ce lo vogliono riconoscere?”.  La storia della Casa Internazionale delle Donne parte da lontano, dall’occupazione del 1987, e viene istituzionalizzata nel 2001, quando una delibera comunale (amministrazione Rutelli) assegnava il Complesso del 1600 del Buon Pastore agli occupanti, con un affitto di 6mila al mese e un debito pregresso e rateizzato di altri 184mila euro.

LA DELIBERA E I FONDI DI MARINO. Poi sono passati gli anni, anni di attività e servizi che hanno fatto della Casa un punto di riferimento importante per le donne di Roma.  “Alemanno tutto sommato non ci ha mai detto niente, poi è arrivata la delibera 104 di Marino, con il quale però era iniziato un dialogo per trovare una soluzione per la Casa”. La delibera in questione, risalente al 2015, punta alla valorizzazione degli immobili del Comune di Roma, tramite messa a bando, fondamentalmente per rimpinguare le casse poco solide del bilancio capitolino: di contro, la Casa chiedeva di rivisitare i termini del canone d’affitto. “Noi abbiamo pagato finora 600mila euro, ma siamo delle onlus. Inoltre abbiamo portato 500mila euro di manutenzione straordinari, provveduto all’abitabilità e a tutte le carte: abbiamo fatto tutto noi. In più facciamo dei servizi che la giunta Marino aveva quantificato in 700mila euro all’anno”. Col cambio di giunta arrivano i guai:  “Loro non vogliono riconoscere assolutamente i nostri sforzi. Noi diciamo solamente: abbassaci la rata dell’affitto in modo che ce la facciamo a pagarlo, anche con un crowdfounding, non siamo totalmente insolventi”. Eppure, inesorabile, “è arrivato lo sfratto e ci hanno chiesto indietro 800mila euro quando era già iniziata la trattativa. Ma la Casa ha un valore politico simbolico, sociale, già solo per la consapevolezza e l’abbattimento degli stereotipi. L’assessore Guerrini è la stessa che ha tolto i ragazzi di San Cosimato da Trastevere, ma in questa città che cosa ci rimane?”.

QUESTIONE DI WELFARE. Francesca Koch, che della Casa delle Donne è la presidente, la soluzione ce l’avrebbe pure: “Non si può risolvere la questione solamente in termini ragionieristici: la Casa delle Donne è il cuore e l’insieme di tutte le realtà che si riconoscono nel femminismo e che hanno costruito nel tempo una pratica politica sociale e culturale che non è soltanto una fornitura di servizi: abbiamo presentato un documento in cui si chiede una rateizzazione del debito e che la Giunta si avvalga della legge sul Terzo Settore per riconoscere il comodato d’uso per una realtà che come noi si occupa di servizi sociali”.   Di fronte però, dice, c’è una sindaca come Virginia Raggi che “quando era consigliera nella giunta Marino, lei conosceva il documento che avevamo preparato e ci aveva detto che l’avrebbe votato, e che avremmo dovuto protestare contro questo canone. Le chiederei ora di conservare una coerenza di lungo periodo…”. Secondo Stefano Fassina, consigliere comunale di opposizione, “una parte degli immobili va esclusa dalla parte di valorizzazione degli edifici per il rientro di bilancio. Il bando non può essere un totem che rischia di desertificare la città da ogni iniziativa sociale, culturale e di welfare”.

(PO / Sis) 

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