La strage di Capaci, di cui oggi ricorre il ventiseiesimo anniversario “è stato l’evento che, proprio per le sue dimensioni di attacco frontale allo stato, ha creato la consapevolezza di quanto grave sia il problema mafia. E’ stato l’epilogo di una lunga stagione precedente, in cui Giovanni Falcone fu avversato, ostacolato, calunniato. Se c’è una cosa che personalmente, ma non solo a me, può dare fastidio, è che oggi molti fingono di celebrare Giovanni Falcone, anche quelli che, quando era vivo, lo avevano osteggiato e definito ‘magistrato politicizzato”. Nino Di Matteo, il pm delle indagini sulla trattativa Stato-mafia arrivate a sentenza solamente poche settimane fa, a Circo Massimo dice la sua sull’attentato del 1992, e non solo: “Nella storia, in particolare di Cosa Nostra, il rapporto con il potere, anche politico-istituzionale, è sempre stato una costante – spiega Di Matteo – E La storia ci dovrebbe insegnare che le istituzioni, ogni volta che hanno cercato il dialogo con Cosa Nostra, non hanno fatto altro che rafforzarla”. In questo, la tanto discussa sentenza sulla trattativa “è tremenda nella sua semplicità, e dice che mentre saltavano in area i miei colleghi e i poliziotti, c’era una parte dello stato che trattava con chi metteva le bombe”. Parte dello stato perché “riteniamo che i carabinieri del ROS non abbiano agito autonomamente, ma siano stati garantiti da un potere politico durante la trattativa con Ciancimino”. Di Matteo spiega che “in questa lunga inchiesta, la cosa più devastante per un uomo delle istituzioni è stata constatare una diffusa omertà istituzionale. Abbiamo avuto la convinzione che molte persone nello Stato sanno più di quello che hanno detto”. Infatti “le richieste di Cosa Nostra sono state fatte rispetto ad almeno i governi Amato, Ciampi e Berlusconi. Quello che è grave e inquietante è che da parte di nessuno degli esponenti di quei governi sia venuta la denuncia o la notizia delle richieste”.
(Sis)