Succede tutto all’improvviso, poco dopo le 17: il premier incaricato Carlo Cottarelli è Quirinale da circa mezzora per consegnare al presidente Mattarella la lista dei ministri di un governo che per la verità sembra non avere chance di ottenere la fiducia delle Camere. Al Senato intanto è in programma l’inizio della discussione sul dl Alitalia, ma l’ordine del giorno viene invertito per una discussione sulla caldissima situazione politica, ed è in quel momento che il caos divampa: inizia Andrea Marcucci, capogruppo del Pd. “L’ultima notizia è che Lega e M5S vogliono iniziare a lavorare nelle commissioni. Noi chiediamo immediatamente lo scioglimento delle Camere per andare a elezioni”. A Marcucci si accoda Gianmarco Centinaio della Lega (“Siamo pronti a tornare a votare domani. Domani torniamo a votare e vi manderemo ancora a casa”), quindi Anna Maria Bernini di Forza Italia (“La soluzione più naturale per noi è ridare la parola al popolo: ritornare ad elezioni riportando Forza Italia all’interno di un centrodestra unito con un programma già validato dagli elettori”). Il Movimento 5 Stelle era intervenuto prima di Marcucci, con Danilo Toninelli che aveva duramente attaccato Sergio Mattarella, ma di fronte a questa novità non si tira indietro: “Era meglio un governo politico – dice Luigi Di Maio – ma siamo pronti a tornare a votare”. Praticamente in contemporanea, Cottarelli lascia il Quirinale, senza rilasciare dichiarazioni, senza consegnare una lista definitiva, e subito partono le indiscrezioni su un rinuncia al mandato. “Con Mattarella si rivedranno domattina – fa sapere il Quirinale – Nessuno ha parlato di rinuncia, Cottarelli ha solo bisogno di più tempo per completare lista dei ministri”. Ma a questo punto il pressing dei partiti si fa più forte, anche perché Cottarelli non ha i numeri: perfino Maurizio Martina oggi ai gruppi del Pd ha consigliato al massimo una astensione benevola “per rispettarne l’imparzialità”. A questo punto, ragionano i partito, meglio anticipare il voto: se domani Cottarelli rinunciasse e Mattarella sciogliesse le Camere, la prima data utile (occorrono 60 giorni per espletare tutte le pratiche per il voto degli italiani all’estero) per tornare alle urne sarebbe quella del 29 luglio, che sarebbe proprio il sessantesimo giorno. Altrimenti si slitta, e perfino agosto non sembra un mese da scartare secondo quanto trapela.