Roma, 20 giu – Marta Pinto, protagonista del romanzo “La stanza chiusa” di Deborah Brizzi (Mondadori) è una ragazza giovane. Frequenta l’Università e ha una madre completamente assente. Potrebbe passare per una di quelle persone “privilegiate” a cui la vita ha concesso tanto: è ricca, ha avuto la possibilità di avere una vita agiata, sua madre è un architetto famoso sempre in giro per il mondo. Eppure Marta non è felice. Si sente sola. Lo è sempre stata, fin da bambina. La sua tata è sempre stato il suo punto di riferimento. Ora è troppo grande, come le direbbe sua madre, per provare dei sentimenti del genere. Dovrebbe essere più forte, più indipendente. Ma non è così. Marta ha fatto una brutta caduta e ha dolori nella zona lombare. Si rivolge ad un medico: il dottor Antonio Guareschi. L’uomo non le fa una buona impressione, ha qualcosa nel modo di guardarla che non le piace. Qualcosa che la fa rabbrividire. Marta si fa forza e decide di non lasciarsi influenzare da questa sensazione. Vedrà il medico per le altre sedute e starà meglio… Norma Gigli, dapprima in servizio sulle volanti, è diventata vice ispettore. Non le piace il suo nuovo ufficio. Vorrebbe tornare alla sua vita di prima, alle notti in bianco passate in auto, alla strada che la chiama. Il suo nuovo capo le dice che “qualcuno” l’ha raccomandata e che per almeno un mese dovrà restare in ufficio. Norma non ha idea di chi possa averlo fatto. Non ha bisogno di raccomandazioni e desidera solo tornare alle volanti. Un pomeriggio come tanti, a sporgere denuncia davanti a lei compare Marta Pinto. Impacciata, timida, la ragazza non termina nemmeno di denunciare: riceve una telefonata, va via. Norma ha capito che c’è qualcosa che non va e non mollerà la presa fino a che non sarà tutto chiaro. (PO / SEGUE)