“Cambiamenti sì, rivoluzioni no. La scuola italiana ha già pagato un prezzo troppo alto per gli stravolgimenti che si sono susseguiti negli ultimi anni a causa del mancato accompagnamento in fase attuativa delle riforme introdotte. Le novità hanno creato difficoltà al sistema per i troppi strappi che ci sono stati. Penso che ci vogliano interventi mirati per risolvere nel concreto i problemi e le criticità e anche per portare avanti percorsi necessari come quello dell’innovazione didattica su cui lavoreremo molto. Fare una grande riforma per lasciare una firma non ha senso. Meglio procedere per gradi”. Lo afferma Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione, in una intervista ad Avvenire. Tra suoi primi atti l’abolizione della chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici. “Da più parti se ne chiedeva la cancellazione. Lo stesso contratto di governo ne prevedeva il superamento e così è stato. Sul resto della Legge 107, si proseguirà con cautela. La pausa estiva servirà per capire cosa funziona e cosa no, dopodiché ci si muoverà di conseguenza nell’interesse dei vari attori in campo. Prima di tutto gli studenti che sono i destinatari della formazione. Nella scuola metteremo in ordine ciò che non va, come primo atto, per dare respiro al sistema stressato da mille incombenze e da troppi cambiamenti imposti e non condivisi. Ma daremo grande attenzione anche all’innovazione della didattica, alla formazione degli insegnanti, al digitale. In generale credo molto all’autonomia scolastica come fattore di valorizzazione del corpo insegnanti” e “ci sarà una prioritaria attenzione alle esigenze pratiche delle scuole” oltre ad “opportune forme di incentivazione e sostegno alla formazione continua”. Inoltre “faremo tutto ciò che serve per migliorare la qualità complessiva del sistema che comprende sia le scuole statali sia quelle paritarie. La libertà educativa è un valore da preservare. Io garantisco il mio impegno nella difesa di questo diritto di scelta”. Quindi il capitolo concorsi: “La regola deve essere quella del docente assunto con concorso che ha una cattedra assegnata. Il precariato diffuso infatti ha contribuito in maniera determinante all’indebolimento della figura dell’insegnante”. E spiega di pensare a concorsi regionali e a obblighi di permanenza sulla cattedra vinta per un certo periodo di tempo all’inizio del servizio: “E’ un’ipotesi. Dobbiamo agire considerando le disponibilità di posti. Altrimenti c’è il rischio che alcuni territori restino sempre sguarniti”. (4 lug – red)