Milano, 2 ago – I risultati hanno mostrato che questi due fattori, l’esclusione sociale e “l’umanizzazione” della macchina, interagiscono tra loro nel determinare i successivi comportamenti nei confronti del gioco d’azzardo: i partecipanti socialmente esclusi e che avevano ricevuto la descrizione ad alto antropomorfismo hanno giocato più del doppio rispetto a coloro che erano stati inclusi e avevano letto la descrizione a basso antropomorfismo. La ricerca fornisce indicazioni che potranno essere utili sia per lo sviluppo di politiche sociali, sia per la pratica clinica nella lotta al gioco d’azzardo patologico. Secondo gli autori dello studio è importante promuovere interventi di inclusione che riducano l’effetto di “tassa regressiva” (un onere che pesa in modo particolare sulle fasce più povere ed emarginate della popolazione) proprio di questa forma di gioco d’azzardo, basato sull’uso della slot machine. Inoltre, gli stessi studiosi ritengono che sia fondamentale cercare di ridurre la tendenza delle persone ad attribuire qualità tipiche della mente umana – come la volontà – a macchine governate da algoritmi matematici. «Nonostante questo sia fra i primi articoli che mostrano l’influenza diretta dell’esclusione sociale sul gioco d’azzardo con una metodologia sperimentale rigorosa – spiega Luca Pancani, ricercatore in Psicologia all’Università di Milano-Bicocca – è già possibile trarre alcune conclusioni in grado di orientare la ricerca futura sul tema. L’emarginazione resta un problema grave nel nostro Paese: l’Italia detiene il record europeo di slot machine pro-capite, una ogni 143 abitanti, e le caratteristiche estetiche di queste macchine sono già orientate ad indurre una loro maggiore antropomorfizzazione. Questi fattori, alla luce dei risultati del nostro studio, richiedono una forte attenzione al fenomeno sia a livello di ricerca, sia in termini di politiche sociali, in modo da affrontare e contrastare efficacemente il problema del gioco d’azzardo patologico». (BIG ITALY / red)