E’ USCITO “PIPPA DELLA PALUDE”
C’è stato un tempo in cui era troppo facile essere scambiate per streghe. Crescere in una palude, tra insetti e calderoni, in un regno senza corona è difficile per la giovane Pippa. Un’ombra tramerà̀ contro di lei ostacolando il nascente sentimento per Rinaldo, ma ci sarà̀ chi veglierà̀ su di loro. Malintesi, incendi, fughe e la paura di essere scambiata per una creatura del maligno segneranno la strada verso la rivincita. Dopo il felice esordio letterario di “Andy e la lega del tempo” e “Ritorno a Mondo Antico”, Simona Barugola ci presenta Pippa – la protagonista di “Pippa della palude” (Intrecci editore): un’avventura che ripercorre i canoni classici della favola medievale, tra segreti, intrighi, fughe rocambolesche e amori nascenti. Simona Barugola, autrice vercellese, nasce nel 1969 – anno che essa stessa definisce “elettrizzante”: l’emozione della conquista della Luna l’ha sempre accompagnata, sussurrandole una frase apparentemente piccola ma di grande potenza. “Ce la puoi fare!” Una sorta di mantra che ha accompagnato tutta la sua vita di donna, moglie–madre–imprenditrice ma, soprattutto, scrittrice.
MORIRE PER SOPRAVVIVERE
Chuck Klosterman nasce nel Minnesota, cresce in una fattoria del North Dakota, diventa giornalista e nel 2002 compie il grande salto: si trasferisce a New York. Lì, a quasi trent’anni, la sua carriera di critico musicale decolla, scrive per riviste famose e raggiunge lo status di autorevole esperto di cultura pop. Spin gli affida progetti speciali come un reportage sui morti illustri del rock’n’roll. Questa la realtà dei fatti. Poi c’è questo libro, che è realtà vera all’85%: il frutto di una rielaborazione personale della lezione di David Foster Wallace, e di un cammino originale di scrittore. In “Morire per sopravvivere” (edizioni Minimum Fax) Chuck viaggia per ventuno giorni e diecimila chilometri dentro l’America delle grandi metropoli e dentro l’America profonda. Visita il Chelsea Hotel e i campi di grano, Seattle e le paludi: cerca Duane Allman, Sid Vicious e John Lennon, cerca i Lynyrd Skynyrd e Kurt Cobain. Ma il suo non è un lugubre pellegrinaggio, una descrizione morbosa dei luoghi dove sono morte le rockstar. Perché le tombe gli interessano molto meno delle storie e dei miti. Questo romanzo dal vero e sulla strada narra così la leggenda della musica rock, e come questa leggenda viva e continui a rinnovarsi da decenni, in ogni ragazzino pronto a giurare sui Led Zeppelin o i Nirvana; ma “Morire per sopravvivere” ci racconta anche la storia di Chuck: la sua infanzia rurale, le sue teorie geniali sui Kiss e soprattutto i suoi amori complicati che irrompono ovunque e si rifiutano di lasciare incontaminato il lavoro del critico musicale.
GLI ANNI AL CONTRARIO
“Tutto si riduce al trattino che sulle tombe separa la data di nascita dalla data di morte”, così dice celando paura Albertino Bonvicini, ex ragazzo del ’77 morto a poco più di trent’anni dopo l’orfanotrofio, il manicomio, le speranze del Settantasette, la discesa agli inferi della lotta armata, l’allontanamento e poi ancora il carcere, il ritorno a casa, la droga, la malattia. E la fine. E potrebbe dirlo anche Giovanni, protagonista di “Gli anni al contrario” (Einaudi) primo romanzo di Nadia Terranova, già autrice di libri per ragazzi tra cui Bruno il bambino che imparò a volare per i tipi di Orecchio Acerbo, dedicato a Bruno Schulz. Gli anni al contrario di Aurora Silini e Giovanni Santatorre passano attraverso sentimenti e passioni, eventi umani potenti e delicati sullo sfondo di anni belli e terribili come gli anni Settanta, vissuti però a Messina, dove è difficile essere e sentirsi protagonisti. I due si incontrano, si amano, si annodano, si dimenticano per poi riprendersi appena, legandosi per la vita e per quello che resterà a chi sopravvive. Con gli occhi della figlia Mara che sceglierà di esistere e di raccontare quella coppia inesperta di vita, si percorre la fatica del cercare un posto nel mondo. Proprio quegli occhi sembrano accudire ogni pagina del romanzo, in una scrittura che agisce con la sensibilità dolorante e imperfetta del “giorno dopo giorno” rispetto a quella tragica della Storia. Albertino, dissociandosi, scrisse ai suoi compagni che scelsero la lotta armata: “Fate la storia senza di me”. Anche Giovanni Santatorre comprende infine da che parte stare, ma anche che non si può negare sé stessi alla storia o alla Storia, che, come dice De Gregori, si fa con tutti perché la Storia siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi questo piatto di grano.
STORIA DI ASTA
Un grande romanzo di amore, poesia, sensualità e sesso, una grande storia sulla campagna islandese e sul desiderio di conoscere il mondo che va dagli anni Cinquanta fino ai nostri giorni, e si snoda tra la Norvegia e l’Islanda. È “Storia di Ásta” (edizioni Iperborea) di Jón Kalman Stefánsson. Reykjavík, primi anni Cinquanta. In un piccolo appartamento seminterrato Sigvaldi e Helga toccano il cielo con un dito abbandonandosi alla loro giovane e travolgente passione e decidono di chiamare la figlia Ásta. Ásta come una grande eroina della letteratura nordica, Ásta perché ást in islandese vuol dire amore. Sedici anni dopo Ásta scopre il sentimento di cui porta il nome in una fattoria negli aspri Fiordi Occidentali dove trascorre l’estate. Lo impara a conoscere dalla storia tormentata tra un uomo e una donna uniti dalla solitudine e divisi dalla dura vita contadina; lo impara a capire dalla vecchia Kristín che ogni tanto, al mattino, si sveglia in un’altra epoca del suo passato e può così rimediare ai rimpianti che le ha lasciato la vita; lo vive sulla propria pelle insieme a Jósef, il ragazzo che le cambierà l’esistenza. Eppure sono tutte promesse di felicità non mantenute ad avvicendarsi in questa impetuosa storia famigliare, segnata per sempre dal giorno in cui Helga si rivela uno spirito troppo libero e assetato di emozioni per non ribellarsi alla soffocante routine domestica e abbandonare marito e figlie, lasciando Ásta con un’inquietudine, un’ansia di fuga, una paura di seguire fino in fondo i propri sogni. In un romanzo lirico, sensuale e corale, che si compone a puzzle seguendo i ricordi dei personaggi e le associazioni poetiche dei loro sentimenti, Stefánsson racconta l’urgenza e l’incapacità di amare, la ricerca di se stessi nell’eterna e insidiosa corsa alla felicità, e quel fiume di desideri e nostalgia che accompagna il destino di ognuno, sempre pronto a rompere gli argini e a scompaginare un’esistenza.
COME FERMARE IL TEMPO
Da più di un anno ai vertici delle classifiche dei bestseller in Gran Bretagna con oltre 350.000 copie vendute, “Come fermare il tempo” (edizioni e/o) è un romanzo che commuove, fa ridere e pensare. Un trionfo d’immaginazione. Pensate a un uomo che dimostra quarant’anni, ma che in realtà ne ha più di quattrocento. Un uomo che insegna storia nella Londra dei giorni nostri, ma che in realtà ha già vissuto decine di vite in luoghi e tempi diversi. Tom ha una sindrome rara per cui invecchia molto lentamente. Ciò potrebbe sembrare una fortuna… ma è una maledizione. Cosa succederebbe infatti se le persone che amate invecchiassero normalmente mentre voi rimanete sempre gli stessi? Sareste costretti a perdere i vostri affetti, a nascondervi e cambiare continuamente identità per cercare il vostro posto nel mondo e sfuggire ai pericoli che la vostra condizione comporta. Così Tom, portandosi dietro questo oscuro segreto, attraversa i secoli dall’Inghilterra elisabettiana alla Parigi dell’età del jazz, da New York ai mari del Sud, vivendo tante vite ma sognandone una normale. Oggi Tom ha una buona copertura: insegna ai ragazzi di una scuola, raccontando di guerre e cacce alle streghe e fingendo di non averle vissute in prima persona. Tom deve a ogni costo difendere l’equilibrio che si è faticosamente costruito. E sa che c’è una cosa che non deve assolutamente fare: innamorarsi. “Come fermare il temp”o è una storia folle e dolceamara su come perdere e poi ritrovare se stessi, sull’inevitabilità del cambiamento e sul lungo tempo necessario per imparare a vivere. Una storia bellissima in cui riconoscersi, per piangere su tutto ciò che perdiamo e per rallegrarci delle meraviglie della vita.
(red – 24 ago)