Fino al 7 ottobre, la Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive di Pesaro presenta la mostra “Neolithic Sunshine”, prima personale dell’artista romano Matteo Nasini in un’istituzione museale italiana, interamente concepita per questa occasione. La mostra comprende numerose opere scultoree e installazioni sonore, caratterizzate da alcuni aspetti ricorrenti nella poetica dell’artista: il suono e le sue origini. Come suggerisce il titolo, l’esposizione propone un salto all’indietro di oltre trentamila anni, epoca a cui risalgono i primi ritrovamenti di parti animali impiegate come strumenti musicali. L’artista ha individuato e selezionato, dalle collezioni di alcuni importanti musei di storia naturale, reperti di fossili animali riconducibili alle prime forme di strumenti acustici: zanne, corna, ossa sono state scansionate e riprodotte in ceramica con una stampante 3D, per essere trasformate in sculture sonore. Oltre alle qualità formali, questi strumenti rudimentali, che rimandano a un immaginario arcaico e ancestrale, mantengono la loro funzione intrinseca nel potenziale sonoro. L’installazione, realizzata nella Chiesa del Suffragio, è un sound piece composto dall’artista ed eseguito da un ensemble di musicisti utilizzando le riproduzioni degli strumenti preistorici. Il brano prende ispirazione dalle più antiche pratiche musicali conosciute – dai riti stagionali e di fertilità, all’idea di suono creatore del mondo, fino alla sua trasformazione in parola – per elaborarle in una composizione polifonica dal carattere narrativo ed evocativo. Il brano viene diffuso nello spazio tramite un sistema audio disposto in forma circolare, seguendo l’andamento dell’edificio: da ogni cassa risuona un singolo strumento richiamando l’assetto formale del rito e ponendo l’ascoltatore al centro dell’installazione musicale. (red)
ROMA: AL MAXXI UNA OASI VERDE
Piantare un bosco sulla piazza del MAXXI di Roma. L’installazione, fino al 21 ottobre, crea un’oasi di verde in cui possano trovare riparo gli uccelli del circondario, scegliendo vari tipi di piante rampicanti, fiori e piante a foglia larga e alcuni esemplari tropicali, un giardino aperto a tutti, tra la riserva naturale di Monte Mario e a Villa Ada, i due grandi polmoni verdi che abbracciano il quartiere Flaminio. E’ la Green Gallery dello StudioD3R – Radostina Radulova-Stahmer e Deniza Horländer con Marcello Fantuz, progetto ecologico, ecosostenibile, attento alla biodiversità, che contrasta il riscaldamento climatico, vincitore di YAP Rome at MAXXI, progetto organizzato dal museo romano in collaborazione con il Museum of Modern Art di New York, nell’ambito di Young Architects Program, il programma dedicato al sostegno e alla promozione della giovane ricerca architettonica, giunto alla sua settima edizione italiana. Un sistema di nebulizzazione si snoda tra le tubature di metallo orizzontali, consentendo sia alle piante che alle persone di rigenerarsi nelle torride giornate estive. L’installazione è il primo appuntamento dello Yap Fest. (red)
ROMA: DA NATHAN AL SESSANTOTTO
L’assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale e la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali presentano, fino al 28 ottobre, alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, la mostra “Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto”. In circa 180 opere – tra dipinti, sculture e grafica, di cui alcune mai esposte prima o non esposte da lungo tempo, provenienti dalle collezioni d’arte contemporanea capitoline – si ripercorrono le correnti artistiche protagoniste del ‘900 con in primo piano la città di Roma, da sempre polo d’attrazione di culture e linguaggi diversi. Una rilettura ideale della cultura artistica di Roma che parte da Ernesto Nathan, sindaco di Roma (1907-1913) di dichiarata ispirazione mazziniana negli anni di complessa gestione della capitale, fino al decennio dei grandi movimenti di massa e della rivoluzione artistica e culturale ormai universalmente identificata col nome dell’anno in cui si manifestò in maniera più preponderante: il Sessantotto. In mostra opere che riproducono paesaggi e figure con valenze simboliste e decadenti realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo (Duilio Cambellotti, Onorato Carlandi, Nino Costa, Adolfo De Carolis, Camillo Innocenti, Auguste Rodin, Adolf Wildt, Ettore Ximenes, ecc.). Si tratta di opere che anticipano quella voglia di rinnovamento e modernità fondamentale per il lavoro degli esponenti della Secessione romana negli anni Dieci (Felice Carena, Nicola D’Antino, Arturo Dazzi, Arturo Noci ecc.), così come per il gruppo dei futuristi e degli aeropittori degli anni Venti e Trenta (Benedetta Cappa Marinetti, Tullio Crali, Sante Monachesi, Enrico Prampolini, Tato, ecc.). Una parte sostanziale della mostra è dedicata a quella tendenza artistica, per così dire, di “recupero”, spesso teorico oltre che concettuale, dell’antico e della tradizione dell’arte italiana che caratterizza, seppur con distinguo, le molteplici correnti artistiche degli anni Venti-Trenta, dal Tonalismo al Realismo Magico, dalla Metafisica, al Primitivismo, tramite le quali gli artisti “guardano” Roma con un nuovo seppur “antico” sguardo (Giacomo Balla, Giuseppe Capogrossi, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Giorgio de Chirico, Achille Funi, Franco Gentilini, Arturo Martini, Roberto Melli, Fausto Pirandello, Mario Sironi, ecc.). Si prosegue con l’approfondimento della Scuola Romana che offre una notevole rosa di capolavori dell’arte italiana del Novecento con focus sulle demolizioni che hanno caratterizzato Roma nella distruzione/ricostruzione del centro città e il conseguente, dissennato, sviluppo delle periferie (Afro, Mario Mafai, Scipione, ecc.), per immettersi nella fase della figurazione e dell’astrazione – il segno – che ha caratterizzato la cultura post-bellica degli anni Quaranta, Cinquanta e primi Sessanta (Renato Guttuso, Leoncillo, Carlo Levi, Gastone Novelli, Achille Perilli, Giulio Turcato, Lorenzo Vespignani, Alberto Ziveri, ecc.). A chiusura, intesa però come apertura verso un’“altra” Roma, i riscontri urbani della Pop Art romana e delle sperimentazioni concettuali della seconda metà degli anni Sessanta che hanno definitivamente dilatato il centro dell’arte e del pensiero artistico di Roma, da Roma oltre la stessa città, per un afflato internazionale (Franco Angeli, Mario Ceroli, Tano Festa, Mario Schifano, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Mimmo Rotella, ecc.). (red)
AREZZO: I “CAVALLI” DI GUSTAVO ACEVES
I cavalli di Gustavo Aceves ad Arezzo. Fino al 14 ottobre, la città toscana ospita “Lapidarium: dalla parte dei vinti”, una delle tappe fondamentali del suggestivo progetto itinerante e in continua evoluzione a cui l’artista messicano che vive a Pietrasanta, lavora dal 2014. Una mostra imponente con oltre 200 opere realizzate in pietra, bronzo, resina, legno ed altri materiali ed allestite in più luoghi del centro storico (San Francesco, Sala Sant’Ignazio, Sagrato del Duomo, Piazza Vasari, Fortezza Medicea), sull’idea del viaggio, della migrazione. Con questo progetto infatti, Aceves, uno dei massimi interpreti dell’arte contemporanea a livello mondiale, intende ricreare idealmente le peregrinazioni della “Quadriga di San Marco”, opera che l’artista messicano, appena ventenne ebbe modo di ammirare nella sua Città del Messico, restandone folgorato. Erano gli anni ‘70 e prima di essere musealizzati, quegli antichissimi cavalli bronzei provenienti da Costantinopoli, percorrevano un ultimo giro attorno al mondo, che avrebbe messo fine alla serie di migrazioni delle quali, sin dal XIII secolo, erano stati protagonisti. Da lì, per Aceves, l’idea dare vita ad un opera che potesse ripercorrere lo stesso itinerario fatto dalla “Quadriga di San Marco”. (red)
CATANIA: UN FIUME NELLA GALLERIA
Fino al 20 ottobre la Galleria Collicaligreggi di Catania ospita la mostra “Lacrimae” dell’ artista pisano Andrea Santarlasci incardinata sulla installazione site specific “Sotto di noi, immobile scorre il tempo dell’acqua”, ispirata, sia ai percorsi d’acqua del sottosuolo catanese come l’Amenano, il Simeto e il lago Nicito, spesso deviati, sommersi o scomparsi a causa delle calamità naturali come terremoti e colate laviche che nei secoli si sono susseguite, sia a quelli immaginari o mitologici, come l’Aci che ritroviamo spesso nella narrativa classica. L’opera è costituita da un ampio pavimento di legno eroso che ripercorre tutto il perimetro della galleria, dove si apre una rottura, una rovina, una voragine, un vuoto da cui emerge l’acqua profonda e scura, di un possibile fiume sotterraneo. Presentate anche alcune opere pittoriche, realizzate per questo progetto, dove compaiono parole scelte ed estratte da suggestioni letterarie che riguardano o sono legate a questo territorio, come il termine latino Lacrimae individuato all’interno del testo della leggenda di Galatea nelle Metamorfosi di Ovidio. “Il progetto nasce da una riflessione sul luogo – spiega l’artista, protagonista il 21 settembre di un incontro nella galleria -, in particolare il suo territorio, la storia e le leggende che riguardano i fiumi sotterranei, reali e mitici, acque invisibili, leggendarie, oscure o scomparse, che spesso divengono risonanze metaforiche e ci portano a riflettere e meditare su quesiti universali ed esistenziali dell’uomo, come il dolore e la morte. Valori opposti quali immobilità e scorrimento, colti simultaneamente in una compresenza, saranno ulteriori temi affrontati attraverso la sostanza dell’acqua che diviene, allo stesso tempo, metafora della morte e della vita”.(red – 24 ago)