Roma, 27 ago – Il percorso espositivo della mostra è suddiviso in cinque capitoli che riflettono momenti storici e criteri diversi del complesso fenomeno neorealista e si apre con il Realismo in epoca fascista. Nel 1932 al Palazzo delle Esposizioni di Roma si inaugurò l’Esposizione della rivoluzione fascista, in cui il linguaggio fotografico, comprensibile a tutti, era ampiamente utilizzato per raggiungere il popolo analfabeta, ed è risultato fondamentale per una mostra allora visitata da 4 milioni di persone. L’uso delle immagini per supportare la propaganda fascista consegnò agli italiani un nuovo mezzo di comunicazione di massa, sfruttato dal regime attraverso l’Istituto LUCE per illustrare le “verità” del Duce, ma adoperato anche da alcuni fotografi impegnati a documentare di nascosto la situazione di arretratezza in cui versava il paese. Tra questi spiccano Luciano Morpurgo, Giacomo Pozzi-Bellini, Pasquale De Antonis. La mostra passa quindi a esplorare, nella sezione Miseria e ricostruzione, il periodo successivo la fine della seconda guerra mondiale che vedeva l’Italia in una condizione di profonda prostrazione economica e di devastazione materiale ma che, al tempo stesso, iniziava a respirare un’atmosfera di euforia e di rinascita. Fotografi come Tullio Farabola, Aldo Beltrame, Giuseppe Bruno, Mario Carbone, Roberto Spampinato colgono i volti e gli scenari di una nazione liberata dalla dittatura, in cui tutto è ancora difficile, faticoso, quasi impossibile, ma che vibra di vitalità popolare e di speranza. La sezione Indagine etnografica dimostra come la fotografia abbia svolto un ruolo essenziale nei tentativi di stabilire un’identità collettiva nell’Italia del dopoguerra, un paese frammentato, tutto da scoprire – dalle zone rurali alle città, dal Nord al Sud – con forti squilibri economici e sociali, un paese che vuole risollevarsi e affermarsi. Sono i fotografi italiani tra cui Franco Pinna, Ando Gilardi, Renzo Chini, Nino Migliori, Enzo Sellerio, Arturo Zavattini e molti altri, a far conoscere l’Italia a se stessa, mostrandone le tante, diverse anime con una forza ed una efficacia che segnano la vetta più alta dell’intera esperienza neorealista. È l’epoca d’oro delle campagne fotografiche di indagine sociale ed etnografica, dei grandi reportage da tutte le regioni d’Italia, della fotografia di strada che documenta la vita vera. Nell’Italia del dopoguerra, la sempre più ampia diffusione della carta stampata che utilizza la tecnica del rotocalco permette di offrire al grande pubblico dei veri foto-racconti, con il ruolo del fotografo che diventa finalmente parte integrante della macchina editoriale. L’uso del mezzo fotografico nei giornali è analizzato nel capitolo Fotogiornalismo e rotocalchi che si concentra sui lunghi reportage per le numerose testate che cavalcavano l’urgenza di conoscere quelle che Italo Calvino chiamava “quelle Italie, sconosciute le une alle altre”. Professionisti come Carlo Cisventi, Mario Dondero, Federico Patellani, Caio Garrubba, Cacilia Mangini, Tino Petrelli, Lamberti Sorrentino, Fulvio Roiter, Marisa Rastellini, Antonio e Nicola Sansone e tanti altri, erano inviati a raccogliere testimonianze visive per un pubblico di lettori fedele e “affamato”. (BIG ITALY / SEGUE)